Tragedia di Rigopiano: la sentenza della discordia, tra lacrime in aula e la rabbia dei genitori
Il processo d’appello bis per la tragedia di Rigopiano si chiude con un bilancio giudiziario che, invece di lenire le ferite, sembra averle riaperte con inusitata violenza. A nove anni da quel tragico 18 gennaio 2017, quando una valanga di neve e detriti spazzò via l’hotel e la vita di 29 persone, la Corte d’Appello di Perugia ha emesso una sentenza che ha sancito la condanna di tre ex dirigenti regionali, disponendo però l’assoluzione per altri cinque imputati, tra cui l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta. Un verdetto che sposta nuovamente l’asse della responsabilità penale, ma che lascia sul campo un senso di incompiutezza e una profonda spaccatura umana tra chi celebra un successo professionale e chi, da quasi un decennio, vive in un lutto perenne. Il dispositivo della sentenza ha scatenato reazioni durissime in aula, trasformando il momento del verdetto in un teatro di tensioni dove il diritto si è scontrato frontalmente con il dolore inconsolabile dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime.
Il contrasto tra diritto e dolore
L’immagine simbolo di questa udienza non resterà legata a un comma di legge o a una perizia tecnica, ma al gesto di una madre. È la madre di Stefano Feniello, una delle giovani vittime della valanga, che ha alzato al cielo la foto del figlio per contestare platealmente l’emozione di uno dei legali presenti. Il pianto di gioia dell’avvocato per l’assoluzione del proprio assistito è stato percepito come un affronto inaccettabile da chi, in quel tribunale, cercava una forma di giustizia assoluta. “Si piange per la morte di un figlio, non per un’assoluzione”, è stato il grido che ha scosso le mura del palazzo di giustizia di Perugia. Non è stata l’unica voce a levarsi: Paola Ferretti, madre del receptionist Emanuele Bonifazi, ha definito “irrispettose” quelle lacrime, sottolineando il paradosso di un sistema che sembra dimenticare la centralità del lutto di fronte al successo processuale. Per queste famiglie, il pianto dei legali è apparso come un’esultanza fuori luogo, una stonatura in un contesto che per loro rappresenta solo un infinito pellegrinaggio tra tombe e aule giudiziarie.
Le condanne e l’ombra della prescrizione
Sul piano tecnico, la sentenza ha confermato la responsabilità penale per Pierluigi Caputi, all’epoca dirigente regionale e oggi figura chiave nella sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso, insieme ad altri due funzionari. Tuttavia, la soddisfazione per queste condanne è stata immediatamente soffocata dalla notizia delle assoluzioni e, soprattutto, dall’ombra lunga della prescrizione che ha colpito due capi d’accusa. Questo meccanismo procedurale è stato interpretato dai familiari come un ulteriore schiaffo alla memoria delle vittime. Marcello Martella, padre della giovane Cecilia, ha espresso con amara lucidità il sentimento comune: mentre gli imputati ottengono la sospensione della pena o beneficiano del decorso del tempo, le famiglie scontano un “ergastolo del dolore” che non prevede sconti. La sensazione è quella di una giustizia che arriva “fuori tempo massimo”, come sottolineato anche dal presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, il quale ha rimarcato come i tempi lunghi della legge finiscano per spargere sale su ferite che non hanno mai avuto la possibilità di rimarginarsi.
Un orizzonte che non promette pace
Il percorso giudiziario di Rigopiano è però tutt’altro che concluso. Se da una parte i parenti attendono le motivazioni della sentenza per valutare un possibile ricorso in Cassazione, dall’altra i legali dei tre condannati hanno già annunciato battaglia, pronti a rivolgersi alla Suprema Corte per ribaltare il verdetto di Perugia. Questo significa che la parola “fine” non verrà scritta ancora per molto tempo, prolungando un’agonia processuale che Antonella Pastorelli, mamma di Alessandro Riccetti, definisce “estenuante”. In questo clima di rassegnazione mista a rabbia, resta la speranza che la tragedia possa almeno fungere da monito per il futuro. L’appello disperato dei familiari non riguarda più solo le sentenze, ma la sicurezza collettiva: chiedono che Rigopiano diventi una lezione definitiva sulla responsabilità di chi amministra il territorio, affinché la gestione delle emergenze e la prevenzione dei rischi non debbano più dipendere dalla sorte o dalla lentezza burocratica. Ma per chi oggi si ritrova a contare gli anni trascorsi senza un figlio, nessuna verità processuale sembra ormai in grado di restituire la serenità perduta.

