Oplonti come Atlantide, una parte della villa fu sommersa dall’acqua
CULTURA
13 febbraio 2026

Oplonti come Atlantide, una parte della villa fu sommersa dall’acqua

Antonio Di Martino

La cenere sparisce, i colori tornano a vibrare, le stanze riemergono come da un lungo sonno: la Villa di Poppea riapre al pubblico e Oplonti riconquista la scena, offrendo al mondo il privilegio di assistere dal vivo alla rinascita della sua storia e alla scoperta di quella che fu «l’Atlantide del Vesuvio». È un ritorno spettacolare, potente, che trasforma il cantiere in palcoscenico e la scoperta in esperienza condivisa, con un appello chiaro alle scuole e ai giovani perché facciano propria questa riscoperta e tornino a camminare dentro le radici della loro città. Già all’apertura c’erano turisti pronti ad ammirare la dimora marittima attribuita a Poppea Sabina, mentre il Parco Archeologico di Pompei mostrava il volto più dinamico e ambizioso della sua missione: un lavoro che unisce ricerca scientifica, tutela rigorosa e valorizzazione concreta. A dirigere le strategie generali degli interventi è il direttore Gabriel Zuchtriegel, nella visione ampia e integrata della “Grande Pompei”, che connette Pompei, Boscoreale, Oplontis e Stabia in un sistema culturale unitario e proiettato verso il futuro. Da ieri, 12 febbraio, ogni giovedì dalle 10:30 alle 12:00, con biglietto d’ingresso e in gruppi di dieci, si entra nelle aree di scavo e restauro accompagnati dal personale del Parco: non una semplice visita, ma un’immersione nel cuore pulsante dell’archeologia. Per la direttrice di Oplontis Arianna Spinosa «la Villa di Poppea si apre verso l’esterno»: un lavoro di squadra nato ai tempi del Covid e portato avanti con operatori selezionati tramite gara, tra ditte di Roma e di Padova, che restituisce finalmente alla collettività un settore rimasto a lungo interdetto e legato anche alle criticità di via dei Sepolcri. I risultati parlano con forza: gli ambienti passano da 99 a 102, con un corridoio che affianca il Salone dei Pavoni e due vani in Quarto stile, segnali concreti di una residenza che continua a espandersi nella conoscenza e nella comprensione della sua articolata planimetria. Il fulcro è il Salone della Maschera e del Pavone, capolavoro del Secondo stile: oltre alle maschere già note, riaffiorano frammenti riconducibili a una maschera scenica identificabile con Pappus della Commedia Atellana, in dialogo e contrasto con immagini legate alla Tragedia; sulla stessa parete, di fronte al pavone maschio già conosciuto, emerge integra una pavonessa, speculare, che completa il programma figurativo con un equilibrio rimasto nascosto per secoli. Tra i ritrovamenti spiccano frammenti con un tripode dorato inscritto in un oculus, in dialogo con un tripode dipinto su un’altra parete, a conferma di una raffinata regia iconografica, mentre le superfici conservano cromie ancora intense e sorprendenti. Il responsabile del procedimento e coordinatore scientifico Giuseppe Scarpati ricorda che il progetto è nato per scavare il settore sotto via dei Sepolcri «in sinergia con il Comune», con l’obiettivo di liberare il fronte ovest, di cui non si conoscono ancora estensione e confini: è qui che si concentra l’area residenziale più celebre, con affreschi tra i più riprodotti nei manuali di storia dell’arte, e le operazioni stanno chiarendo anche spazi connessi al settore termale e ai portici, fondamentali per ricostruire simmetrie e percorsi della villa. Il giardino riaffiora con una precisione straordinaria: grazie ai calchi vengono recuperate le impronte degli alberi nel punto esatto in cui crescevano, disposte secondo uno schema ornamentale che raddoppiava il colonnato del porticato meridionale; tra le specie ipotizzate c’è l’olivo, e l’insieme restituisce l’immagine di un paesaggio progettato con sapienza architettonica. Non solo cenere e lapilli. L’individuazione di un paleoalveo formatosi dopo l’eruzione del 1631 racconta una storia sorprendente: una parte della villa fu sommersa dall’acqua, inghiottita da un fiume che la trasformò in un’Atlantide silenziosa, sepolta sotto i sedimenti. Oplonti non è stata soltanto congelata dall’eruzione, ma anche cancellata e riscritta dal paesaggio. Oggi, scavare significa riportare alla superficie una città scomparsa due volte. È anche questo il senso della strategia del Parco guidato da Gabriel Zuchtriegel: non solo conservare, ma far riemergere ciò che sembrava perduto. Le stratigrafie e le murature raccontano anche l’ingegno costruttivo romano, con tecniche essenziali ma solidissime che, perfezionate e raffinate, trovano ancora applicazione nell’edilizia contemporanea. In parallelo prosegue il restauro di due cubicola nell’area sud-occidentale: stucchi, affreschi, volte dipinte e mosaici recuperano nitidezza, e la progettista e direttrice operativa Elena Gravina sottolinea l’importanza del pronto intervento per rallentare il degrado e preservare superfici di straordinaria integrità, con la conferma di un uso diffuso del blu egizio. Il progetto guarda anche allo Spolettificio Borbonico, dove sono previsti saggi archeologici a disposizione della ricerca, con la prospettiva di nuovi spazi museali e servizi. Spinosa lancia un messaggio diretto alle scuole, invitando studenti e docenti a vivere questo momento come un passaggio epocale per Torre Annunziata, un’occasione concreta per riappropriarsi della storia di Oplonti non sui libri, ma tra le colonne, gli affreschi e le tracce del giardino. Nel Salone, il piumaggio dipinto torna a brillare sotto gli occhi dei visitatori, i frammenti si consolidano, le pareti riprendono voce: è la dimostrazione che la tutela può essere spettacolo di conoscenza e orgoglio collettivo. La Villa di Poppea non è soltanto un sito che si visita, ma un patrimonio che si riaccende, un simbolo che si rialza e si offre, con rinnovata grandezza, alla città e al mondo.