Schiaffo alla memoria: l’assassino di Gelsomina Verde torna a casa per una cerimonia
Il dolore che non conosce oblio torna a farsi grido, trasformandosi in una denuncia civile che scuote le istituzioni. Le parole di Francesco Verde, fratello di Gelsomina, sono lame che tagliano il velo del garantismo giudiziario: “Provo vergogna a essere italiano, lo Stato ha permesso a loro di vincere”. È lo sfogo amaro di chi, a ventidue anni di distanza, vede l’assassino di sua sorella tornare nei luoghi del delitto, seppur per poche ore, per partecipare a una cerimonia di famiglia. La concessione di un permesso a Ugo De Lucia, il killer condannato per l’atroce omicidio di Gelsomina Verde, ha riaperto un dibattito mai sopito in Italia: dove finisce il diritto alla riabilitazione del detenuto e dove inizia il rispetto per le vittime?
Il martirio di Gelsomina: uccisa due volte dalla ferocia del clan
Per capire l’entità dell’indignazione, è necessario riavvolgere il nastro fino al 21 novembre 2004. Napoli è nel pieno della prima, sanguinosa faida di Scampia. Gelsomina Verde è una ragazza di ventuno anni, estranea alle dinamiche criminali, impegnata nel sociale e colpevole solo di aver frequentato in passato un ragazzo legato a una delle fazioni in lotta.
Ugo De Lucia e i suoi complici la sequestrano sperando di ottenere informazioni che lei non ha o non vuole dare. Gelsomina viene torturata per ore, ma non parla. Alla fine, con una ferocia che lasciò senza fiato anche una città abituata al sangue, i sicari le sparano tre colpi alla nuca e danno fuoco alla sua auto con il corpo ancora all’interno. Gelsomina non fu una vittima collaterale, ma il bersaglio di una violenza “esemplare”, punita per la sua lealtà e per la sua innocenza.
La decisione del magistrato: tra semilibertà e permessi premio
Ugo De Lucia, condannato definitivamente per quel delitto e già beneficiario del regime di semilibertà, ha ottenuto dal Magistrato di Sorveglianza di Venezia l’autorizzazione a tornare a Secondigliano. Il motivo: partecipare al battesimo di un nipote. È una decisione che rientra nei parametri previsti dall’ordinamento penitenziario italiano, che mira al reinserimento graduale del reo nella società, valutando il percorso di buona condotta all’interno delle mura carcerarie.
Tuttavia, il ritorno del carnefice nel quartiere che fu teatro dell’orrore assume un valore simbolico devastante. Per i familiari delle vittime e per le associazioni anticamorra, questo permesso non è un atto di civiltà giuridica, ma un segnale di debolezza dello Stato. Il timore è che la presenza fisica del boss nel suo territorio d’origine possa essere percepita come una sorta di “legittimazione” o, peggio, come una prova di impunità agli occhi dei giovani del quartiere.
Il dilemma etico: pena certa o funzione rieducativa?
Il caso riaccende la discussione sulla Costituzione Italiana, la quale stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Da un lato vi è la posizione di chi sostiene che una giustizia moderna non possa essere puramente vendicativa: negare ogni concessione, anche a chi ha commesso reati efferati, equivarrebbe a trasformare il carcere in una discarica umana senza speranza.
Dall’altro lato, cresce la schiera di chi invoca una “pena certa” che tenga conto della gravità del reato e, soprattutto, della mancata collaborazione con la giustizia. Nel caso dei crimini di camorra, la concessione di benefici è spesso vista come un insulto al sacrificio di chi ha perso la vita. Il quesito resta aperto: è possibile parlare di rieducazione per chi ha strappato una vita con tale crudeltà? E quanto pesa, nel bilancio della giustizia, il rischio di vittimizzazione secondaria, ovvero il dolore aggiunto ai familiari nel vedere il killer tornare libero, seppur temporaneamente?
Una ferita che resta aperta per la comunità
La vicenda di Gelsomina Verde non è solo un fatto di cronaca nera, ma una cicatrice sul volto di Napoli. Ogni passo verso la libertà di chi l’ha uccisa viene vissuto dalla famiglia come un nuovo abbandono da parte delle istituzioni. Mentre lo Stato difende il principio del recupero sociale, la famiglia Verde difende il diritto alla memoria, chiedendo che il “debito con la società” non venga scontato con sconti che sanno di beffa. Il dibattito resta acceso, diviso tra il rigore della legge e l’insopprimibile bisogno di giustizia morale.

