La lezione di Don Chisciotte dura da 4 secoli. Il coraggio di sognare oggi
Nel gennaio del 1605, a Madrid, veniva pubblicata la prima edizione di «El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha»…
Con il centenario dell’Istat alle porte, l’Istituto Nazionale di Statistica ha scelto di inaugurare le sue celebrazioni con una riflessione profonda sul “lungo cammino dell’istruzione”. E’ il racconto di una metamorfosi: quella di un popolo che, in poco più di cento anni, ha imparato a leggere se stesso e il mondo, passando dall’oscurità dell’analfabetismo alle sfide della digitalizzazione e delle competenze terziarie.
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L’Italia post-unitaria
Per comprendere la portata del cambiamento, bisogna tornare indietro a quel 1861, l’anno in cui l’Italia divenne unita sulla carta, ma rimase profondamente divisa nella mente e nella parola. Al momento dell’Unità, tre persone su quattro non avrebbero potuto comprendere il testo che state leggendo. L’analfabetismo non era una condizione marginale, ma la norma. Questo dato poneva l’Italia in una posizione di netto svantaggio rispetto ai vicini europei. Mentre nel 1871 la Penisola condivideva con la Spagna una quota di analfabeti vicina al 69%, nazioni come il Regno Unito o le terre della Confederazione Germanica avevano già alfabetizzato la stragrande maggioranza degli adulti, grazie a riforme scolastiche introdotte quasi un secolo prima.
Il dossier Istat mette a nudo una realtà frammentata: l’istruzione non era un diritto uniforme, ma una variabile geografica e di genere. Se in Piemonte la spinta verso la modernizzazione aveva già ridotto l’analfabetismo giovanile al 23%, nel Mezzogiorno la situazione era drammatica, con picchi superiori all’80%. A questa frattura territoriale si aggiungeva quella sociale tra i sessi: saper leggere e scrivere era una prerogativa maschile (40%), mentre le donne rimanevano relegate in un silenzio intellettuale quasi totale.
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Il Novecento e il ruolo dei Comuni
Perché l’Italia ha impiegato così tanto a scolarizzarsi? La risposta risiede in gran parte nella struttura amministrativa dell’epoca. Fino all’inizio del Novecento, l’onere dell’istruzione primaria ricadeva interamente sulle spalle dei Comuni. Molte amministrazioni locali, specialmente nelle aree rurali e depresse, non disponevano delle risorse minime per costruire scuole o pagare i maestri. Fu solo con la fine della Prima Guerra Mondiale che la partecipazione all’istruzione elementare divenne un fenomeno realmente nazionale.
Eppure, ancora nel 1926 – l’anno di nascita dell’Istat – il cammino era tutt’altro che concluso. Circa un quarto della popolazione era ancora analfabeta. Un dato emblematico citato dal dossier riguarda il “segno del destino” posto sugli atti di matrimonio: il 13,5% degli sposi, pur appartenendo alla fascia più giovane e teoricamente più istruita della popolazione, non era in grado di firmare il proprio atto di nozze. Questo fenomeno sarebbe scomparso solo a metà degli anni Sessanta, segnando la fine definitiva di un’era di esclusione culturale.
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Gli strumenti del riscatto
Il superamento dell’analfabetismo non è avvenuto solo tra i banchi di scuola dei bambini, ma attraverso canali non convenzionali. L’alfabetizzazione degli adulti è stata una missione nazionale che ha visto protagonisti diversi attori. Da un lato i corsi per i militari di leva, che hanno permesso a generazioni di giovani uomini di tornare nei propri paesi con rudimenti di scrittura; dall’altro le scuole serali e le “scuole popolari” del secondo dopoguerra. Queste ultime, tra il 1947 e il 1971, hanno formato quasi 8 milioni di persone, riuscendo finalmente a colmare il divario di genere.
Un capitolo a parte merita il potere della tecnologia applicata al sociale. Negli anni Sessanta, la Rai portò nelle case degli italiani il maestro Alberto Manzi con la trasmissione “Non è mai troppo tardi”. Fu il primo grande esperimento di insegnamento a distanza, un ponte lanciato verso quegli adulti che la scuola ufficiale aveva dimenticato, trasformando il mezzo televisivo in un’aula scolastica a cielo aperto.
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La rivoluzione silenziosa
Mentre la lotta all’analfabetismo si avviava alla conclusione, l’Italia iniziava una nuova scalata verso l’istruzione superiore. Nel 1951, l’Italia era ancora un Paese “elementare”: il 90% della popolazione si fermava alla licenza di quinta o non l’aveva affatto. Solo l’1% poteva vantare un titolo universitario.
La crescita che ne è seguita è stata vertiginosa. Se nel 1926 si laureavano meno di 8.000 persone l’anno, oggi quella cifra ha superato le 400.000 unità. Questo balzo è dovuto non solo alla crescita demografica e alla democratizzazione dell’accesso agli studi, ma anche a riforme strutturali come l’introduzione delle lauree di primo livello nel 2001. Un dato particolarmente significativo è il sorpasso femminile: se nel 1926 le donne rappresentavano solo il 15% dei laureati, dal 1991 esse sono diventate la maggioranza, segnando una delle più importanti trasformazioni del capitale umano italiano.
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Le sfide del 2026
Arrivando ai giorni nostri. Da un lato, i progressi sono innegabili: oltre metà della popolazione possiede un diploma superiore e il 17% ha un titolo terziario. Tra i giovani (25-34 anni), la quota di laureati sale al 31,6%. Tuttavia, il confronto con l’Europa ci vede ancora in affanno. L’Italia resta penultima per numero di titoli terziari. Rimangono due grandi “nodi” da sciogliere. Il primo è la geografia del sapere: esiste ancora un’Italia a due velocità, con regioni del Centro-Nord dove quasi la metà delle giovani donne è laureata, e aree del Sud dove la laurea è ancora un traguardo per meno di un giovane su quattro. Il secondo nodo è la segregazione formativa. Nonostante le donne studino di più, tendono a concentrarsi nelle scienze umane e sociali, rimanendo meno rappresentate nelle discipline tecnico-scientifiche e in quelle economico-statistiche. Questo si riflette sulle opportunità di reddito.