FOCUS | Il maltempo mina un territorio fragile, e i piani di sicurezza dormono nei cassetti
QUATTRO PAGINE
14 febbraio 2026
QUATTRO PAGINE

FOCUS | Il maltempo mina un territorio fragile, e i piani di sicurezza dormono nei cassetti

Una circolare della Regione richiama i sindaci. Bisogna garantisce interventi rapidi, incisivi e salvifici. «Se un piano resta sulla carte è come se non esistesse»
Raffaele Schettino

Il ticchettio della pioggia sui tetti delle case, sui terreni instabili, sui costoni in equilibrio della nostra regione è come un conto alla rovescia di una bomba a orologeria geologica che la politica campana ha finto di non sentire per decenni. Mentre nei Palazzi si accumulano faldoni di studi accademici e si celebrano convegni sulla resilienza, sotto i piedi di oltre un milione di cittadini la terra trema di un’instabilità silenziosa che spesso è diventata letale. Pozzano, Sarno, Atrani, Ischia e decine di altri eventi fortunatamente minori dimostrano la nostra fragilità.

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L’ultima circolare della Regione Campania, che richiama i sindaci a «tirare fuori i piani dai cassetti», potrebbe sembrare un sollecito amministrativo, in realtà è il grido di chi sa (o si è reso conto) che il castello di carta della prevenzione burocratica non basterebbe a garantire interventi rapidi, incisivi e salvifici. Le immagini di Niscemi non sono lontane, ci appartengono. Ci dicono che non basta studiare, ma serve agire. Essere concreti. Prevenire tragedie che sono sempre più frequenti su un territorio fragile e pieno di insidie. Minaco dall’uso eccessivo del suolo e dalle conseguenze nefaste del cambiamento climatico.

Sulla carta, abbiamo mappato ogni centimetro di rischio con i satelliti, abbiamo laureato migliaia di esperti, ma nel momento del bisogno ci ritroviamo sempre davanti ai soliti problemi. comprese le aree di accoglienza e le vie di fuga, che sono imbuti di cemento. E allora, attraversiamo i Comuni sospesi tra la roccia e il mare, entriamo negli uffici dove i Piani di Protezione Civile prendono polvere, proviamo a capire come si può dare voce ai numeri di un’emergenze che non solo più naturale, ma tragicamente umana. Perché il vero rischio resta l’oblio.

 

L’appello dell’assessore Zabatta ai sindaci

La prevenzione passa da Piani comunali di protezione civile «effettivamente calati sulla realtà territoriale e applicabili concretamente in caso di necessità». La pianificazione – spiega l’assessora Fiorella Zabatta – non può essere un atto formale, ma uno strumento operativo che salva vite. La sicurezza dei cittadini passa dalla capacità dei territori di essere pronti e preparati prima dell’emergenza: i Piani comunali di protezione civile devono essere strumenti vivi, aggiornati, coerenti con i reali scenari di rischio e verificati nella loro effettiva possibilità di essere applicati.

 

La pianificazione è uno strumento essenziale e la sua efficacia si misura nella capacità di funzionare davvero quando serve». Ai sensi del Codice della protezione civile, «lo svolgimento in ambito comunale delle attività di protezione civile, ivi inclusa la pianificazione e la direzione dei soccorsi, rientra nelle attribuzioni proprie del sindaco. Così come è a cura del Comune, l’attività di informazione alla popolazione sugli scenari di rischio. Se i Piani di protezione civile esistono ma nessuno li conosce è come se non esistessero affatto». La verifica deve prevedere anche «la capacità di attivazione rapida dei Centri Operativi Comunali e delle funzioni di supporto connesse all’assistenza e all’accoglienza».

 

L’ultimatum che fa riflettere Piani di carta per emergenze di fango

L’atto di indirizzo inviato il 9 febbraio dal nuovo assessore regionale, Fiorella Zabatta, sembra a prima lettura un documento amministrativo. In realtà, rappresenta una «chiamata alle armi» che mette a nudo una fragilità sistemica.
Per anni, la gestione del rischio in Campania si è cullata sul dato numerico: 537 comuni su 550 dotati di un Piano di Protezione Civile. Tuttavia, questa copertura del 98% si è rivelata spesso una cortina fumogena. Un piano depositato in un server regionale, ma mai testato nelle strade, è un documento morto.

 

La nota firmata da Zabatta e dal direttore generale Italo Giulivo squarcia il velo su una realtà fatta di aree di attesa che esistono solo sulle planimetrie, magari nel frattempo trasformate in parcheggi o mercati rionali, e di percorsi di fuga che ignorano le strozzature del traffico moderno. La richiesta della Regione ai sindaci è perentoria: verificare l’accessibilità, la sicurezza e la reale disponibilità delle risorse.
È un’ammissione implicita che il coordinamento è mancato. Se oggi la Regione sente il bisogno di ricordare ai primi cittadini che la pianificazione non è un atto formale ma uno strumento che salva la vita, significa che per lungo tempo si è accettata una «pace burocratica» in cui la forma ha prevalso sulla sostanza.

 

Il rischio idrogeologico, fatto di frane e allagamenti, non aspetta i tempi delle verifiche tardive; esso agisce su un territorio che ha già dimostrato, da Sarno a Ischia, quanto possa essere letale la distanza tra l’ufficio tecnico di un Comune e il versante di una montagna pronta a scivolare a valle. E non prendiamo in considerazione né il rischio sismico, né quello legato al Vesuvio.

 

L’industria dei convegni contro la realtà del territorio

Mentre il territorio campano continua a sfaldarsi sotto i colpi di piogge sempre più violente, per anni abbiamo assistito alla proliferazione dell’industria della parola. Centinaia di convegni, tavoli tecnici e seminari di alta specializzazione hanno popolato le agende di tecnici esperti, docenti universitari e rappresentanti delle istituzioni. In queste sedi prestigiose si è parlato di resilienza, di modelli predittivi avanzatissimi e di smart city capaci di reagire alle catastrofi. Eppure, questa enorme mole di sapere scientifico non è mai riuscita a scendere i gradini delle aule magne per raggiungere il cittadino.

 

Queste passerelle istituzionali, pur necessarie per il progresso teorico, hanno spesso assolto a una funzione di auto-assolvimento: organizzare un evento mediatico sulla prevenzione dava l’illusione di stare agendo, mentre sul campo la manutenzione ordinaria e l’educazione della popolazione restavano al palo. La prevenzione scordinata è figlia di questa frattura: abbiamo mappe satellitari che leggono spostamenti millimetrici del suolo, ma non siamo stati in grado di installare una cartellonistica di emergenza comprensibile o di spiegare a una famiglia come comportarsi durante un’allerta meteo rossa. Il risultato è un paradosso tipico della nostra terra: un’eccellenza teorica che naufraga in un’operatività frammentata, dove ogni ente parla una lingua diversa e il coordinamento tra comuni confinanti, che spesso condividono lo stesso bacino idrografico, rimane una chimera da convegno rimasta chiusa nelle cartelline degli atti.

 

Geografia della paura: il fragile equilibrio della provincia Sud

La provincia a sud di Napoli, e l’area dell’agro nocerino-sarnese, rappresenta uno dei laboratori mondiali del rischio idrogeologico. Partendo dai Monti Lattari, ci troviamo di fronte a una struttura geologica intrinsecamente pericolosa: un’ossatura calcarea rivestita da coltri piroclastiche, ovvero i depositi delle antiche eruzioni del Vesuvio. Un’area resa ancora più fragile dall’atteggiamento dell’uomo che ha apportato modifiche senza mai chiedersi quali potessero essere le conseguenze.

Questa terra, “appoggiata” sulla roccia diventa instabile non appena l’acqua piovana supera la soglia critica di assorbimento, trasformandosi in una colata rapida di fango che scende con la forza di un treno in corsa. Pezzi di Comuni come Castellammare di Stabia, Gragnano, Lettere, Casola e Pimonte vivono in un equilibrio precario con questi versanti.

 

Spostandoci verso la Penisola Sorrentina, la minaccia cambia volto ma non pericolosità: qui il nemico è l’erosione delle falesie. I blocchi di tufo e calcare che sostengono hotel e abitazioni a picco sul mare sono costantemente scavati dal moto ondoso e dalle infiltrazioni, rendendo comuni come Vico Equense e Sorrento estremamente vulnerabili.
C’è poi l’incubo logistico: la Statale 145 Sorrentina è spesso l’unica via di fuga e di soccorso. Uno smottamento in un punto strategico può isolare decine di migliaia di persone in pochi minuti.

 

Nella piana del Sarno o nell’area vesuviana, il rischio diventa idraulico. L’urbanizzazione selvaggia ha letteralmente “tombato” i valloni naturali, i canali che per millenni hanno scaricato l’acqua verso il mare. Oggi, quando piove, l’acqua non trova più la sua strada e invade scantinati, strade e piani terra, trasformando la densità abitativa di questi luoghi in un moltiplicatore di rischio senza eguali in Europa.

 

La storia non insegna mai abbastanza

Il 5 maggio 1998, quando due milioni di metri cubi di detriti si staccarono dalla montagna e travolsero Sarno, Quindici, Siano e Bracigliano, il Paese disse: «Mai più». Il bilancio fu un bollettino di guerra: 160 morti, di cui 137 solo a Sarno. Quella tragedia fu l’anno zero della Protezione Civile moderna in Italia: nacquero i primi sistemi di allertamento meteo, si mapparono i territori con le zone a rischio R3 e R4, e si comprese che il fango piroclastico, quella cenere del Vesuvio depositata nei millenni sui calcari, era una trappola liquida pronta a scattare.

 

La frana del ‘98 dimostrò che il tempo di reazione è tutto. Quella tragedia nacque anche da una catena di incertezze e ritardi nelle comunicazioni; riprodurre oggi lo stesso scollamento tra istituzioni e cittadini significa aver reso vano quel sacrificio. Sarno ci ha dato i dati, la scienza e le leggi, ma la lettera dell’assessora Zabatta ai sindaci è la prova che, nel 2026, mancano ancora le gambe per far camminare quella sicurezza.

 

La contabilità del rischio: vite sospese tra i numeri

Quando si parla di rischio in Campania, i numeri smettono di essere statistiche e diventano una cronaca annunciata.
I dati Ispra e quelli delle Autorità di Bacino aggiornati al 2026 dipingono un quadro da emergenza permanente: il 94% dei comuni campani è a rischio frana o alluvione, ma è nella provincia di Napoli che la densità di popolazione rende il dato catastrofico. Oltre un milione e duecentomila persone vivono in aree classificate a pericolosità idraulica media o elevata.

Se restringiamo il campo alle sole frane, sono più di 500.000 i cittadini che risiedono in zone dove il terreno potrebbe scivolare via. In termini abitativi, parliamo di decine di migliaia di edifici, molti dei quali costruiti in epoche in cui la sensibilità ambientale era inesistente o sacrificata sull’altare dell’abusivismo edilizio.

Nella sola zona dei Lattari e della Penisola, la concentrazione di abitanti in aree P3 e P4 (ovvero a pericolosità elevata e molto elevata) raggiunge vette che non hanno paragoni nel resto del Paese. Questa pressione antropica significa che ogni evento meteorologico estremo non colpisce una montagna disabitata, ma impatta direttamente su case, scuole e fabbriche. Il numero di famiglie potenzialmente vulnerabili nella provincia sud di Napoli supera le trentamila unità: un esercito di persone che, in caso di evacuazione improvvisa, dovrebbe riversarsi su una rete stradale già normalmente al collasso. È questo il peso reale che grava sulle spalle dei sindaci: non gestire un ufficio, ma essere responsabili della vita di migliaia di individui che vivono, dormono e lavorano su una terra che non è mai stata così fragile.

 

Piani di evacuazione: se il castello di carta crolla

Il tema centrale resta l’efficacia dei soccorsi. Se i piani di evacuazione restano nei cassetti, come denunciato dall’assessora Zabatta, il sistema di protezione civile diventa un castello di carta. Un piano di emergenza efficace deve rispondere a tre domande semplici: chi avvisa la popolazione, dove devono andare le persone e come ci arrivano. In molti comuni della Campania meridionale, le risposte sono drammaticamente vaghe.

 

La verifica richiesta dalla Regione punta a scovare le incongruenze: aree di ammassamento soccorritori previste in zone esse stesse a rischio allagamento, o aree di accesa popolate da segnaletica divelta o illeggibile. Il paradosso è che, mentre la tecnologia ci permette di inviare messaggi IT-Alert sui telefoni di tutti, manca la fase “analogica” e umana: il vigile urbano che sa quale transenna posizionare, il volontario che conosce la lista dei disabili da prelevare in ogni palazzo, il cittadino che ha fatto almeno un’esercitazione nella sua vita. L’ammissione della Zabatta – «se i piani esistono ma nessuno li conosce, è come se non esistessero» – è la pietra tombale su un modello di prevenzione puramente documentale.

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