Il verdetto del Bambino Gesù: il piccolo dal “cuore bruciato” non è più trapiantabile
IL CASO MONALDI
14 febbraio 2026
IL CASO MONALDI

Il verdetto del Bambino Gesù: il piccolo dal “cuore bruciato” non è più trapiantabile

Dall’errore fatale durante il primo intervento al responso definitivo di Roma: si spegne la speranza di un nuovo trapianto per il bambino ricoverato al Monaldi di Napoli
Raffaele Vitiello

È arrivata la drammatica verità che nessuno si augurava di sentire, mettendo fine a settimane di attesa angosciante e battaglie legali. Stamattina, alle ore 09:17, il verdetto medico ha tracciato un solco indelebile nel dolore della famiglia: secondo il parere dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, richiesto dai genitori per avere un consulto di eccellenza esterna, il bambino ricoverato al Monaldi di Napoli “non è più trapiantabile”. La notizia è stata resa nota dall’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, durante un intervento in diretta alla trasmissione “Mi manda Raitre”. Il responso dei medici della Capitale è perentorio e si basa su un quadro clinico ormai troppo compromesso, che renderebbe un ulteriore intervento non solo rischioso, ma tecnicamente non percorribile.

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L’origine del dramma: l’intervento fatale al Monaldi
Per comprendere l’abisso in cui è precipitata questa famiglia, bisogna tornare indietro al momento dell’intervento che avrebbe dovuto restituire una vita normale al piccolo. Il bambino era stato sottoposto a un trapianto di cuore presso l’ospedale Monaldi di Napoli. Tuttavia, quello che doveva essere un miracolo della medicina si è trasformato in un incubo: durante le fasi dell’operazione, il muscolo cardiaco appena impiantato avrebbe subito danni irreversibili, descritti nelle croniche come un “cuore bruciato”. Secondo le prime ricostruzioni e le denunce presentate, un malfunzionamento tecnico o un errore procedurale durante l’uso di macchinari per la circolazione extracorporea o durante la gestione dei tessuti avrebbe compromesso l’organo nuovo, rendendolo inefficiente pochi istanti dopo il trapianto.

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La battaglia legale e la richiesta di trasparenza
Immediatamente dopo il fallimento del primo intervento, la famiglia, assistita dall’avvocato Petruzzi, ha intrapreso una battaglia legale senza sosta. L’obiettivo non era solo l’accertamento delle responsabilità penali e civili dei medici e della struttura ospedaliera, ma soprattutto la ricerca disperata di una soluzione clinica alternativa. Mentre la Procura avviava i sequestri delle cartelle cliniche e dei dispositivi medici utilizzati in sala operatoria, i genitori chiedevano a gran voce che il figlio venisse valutato da altre eccellenze della cardiochirurgia pediatrica. Il trasferimento virtuale delle immagini e dei dati clinici al Bambino Gesù rappresentava l’ultimo appiglio per un “secondo trapianto di salvataggio”.

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Il quadro clinico compromesso: perché non si può più operare
Il diniego del Bambino Gesù non è un atto burocratico, ma una constatazione della fragilità estrema del paziente. Quando un trapianto fallisce in modo così traumatico (il cosiddetto “cuore bruciato”), l’organismo subisce uno stress sistemico devastante. L’utilizzo prolungato di macchinari per il supporto vitale (come l’ECMO), necessario a tenere in vita il bambino dopo il fallimento del cuore trapiantato, comporta rischi altissimi di infezioni, emorragie e insufficienze multiorgano. I medici di Roma hanno valutato che le condizioni attuali del piccolo non offrono più i margini minimi di sicurezza per affrontare un nuovo, delicatissimo intervento di sostituzione cardiaca. La “non trapiantabilità” indica che il corpo del bambino non sarebbe più in grado di reggere l’impatto chirurgico e la successiva terapia immunosoppressiva.

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Un caso che interroga la sanità nazionale
La vicenda del “cuore bruciato” al Monaldi ha sollevato un polverone mediatico e politico, riaprendo il dibattito sulla sicurezza nei reparti di cardiochirurgia e sulla gestione delle emergenze pediatriche nel Mezzogiorno. Mentre il Ministero della Salute monitora la situazione attraverso gli ispettori, resta il dramma umano di una famiglia che ha visto il proprio figlio passare dalla speranza del trapianto al baratro di una condizione senza ritorno. La dichiarazione del legale a “Mi manda Raitre” segna un punto di non ritorno: ora la sfida si sposta interamente nelle aule di tribunale per accertare come sia stato possibile che un organo sano, destinato a salvare una vita, sia diventato la causa di una tragedia irreparabile.

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Il dolore e il silenzio intorno al Monaldi
Attualmente, il bambino resta ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Monaldi, dove il personale medico continua a prestare le cure palliative e il supporto vitale necessario. La struttura ospedaliera, pur difesa da protocolli di eccellenza, dovrà rispondere punto su punto alle perizie tecniche che verranno depositate nei prossimi mesi. Nel frattempo, la comunità si stringe attorno ai genitori, il cui coraggio nel denunciare l’accaduto ha permesso di accendere i riflettori su una vicenda che resterà tristemente impressa nella cronaca medica del Paese. La parola “intrapiantabilità” chiude la porta alla scienza, lasciando spazio solo alla cronaca di un dolore che non trova giustificazione.