Il campionato falsato: la farsa di Bastoni, i regali all’Inter e i torti al Napoli
Il Derby d’Italia è stato l’atto finale di un processo di degradazione che sta trasformando la Serie A in un terreno di scontro. La vittoria dell’Inter sulla Juventus per 3-2 non verrà ricordata per le trame di gioco o per la prodezza balistica di Zielinski al novantesimo, ma per l’immagine di un calcio che ha smarrito la bussola dell’etica.
Quando la tecnologia, che avevano presentato come il giudice supremo e imparziale, finisce per avallare comportamenti antisportivi, il sentimento di un campionato falsato diventa una raggelante analisi della realtà. Il sistema sembra essersi inceppato in un meccanismo dove l’errore non è più umano, ma protetto da un protocollo che impedisce la giustizia in nome della forma.
L’episodio della discordia e la caduta dei valori
Al centro del ciclone c’è Alessandro Bastoni, un calciatore che a ventisei anni dovrebbe rappresentare l’eccellenza e la lealtà del movimento calcistico italiano. Ciò che si è visto a San Siro è lo specchio di una deriva culturale preoccupante. La caduta accentuata, la ricerca spasmodica del contatto inesistente con Kalulu e la successiva esultanza sguaiata in faccia all’avversario espulso non sono solo astuzie di campo, sono ferite inferte allo spirito dello sport.
È profondamente triste constatare come un ragazzo nel fiore della carriera senta la necessità di barare, di ingannare l’arbitro e il pubblico, pur di ottenere una superiorità numerica. Lo sport dovrebbe essere il luogo del confronto leale, dove il talento prevale sulla furbizia becera; vederlo ridotto a una recita teatrale di basso livello, validata dall’immobilismo del VAR, svuota di significato ogni gol e ogni punto conquistato in classifica.
Il riflesso condizionato sul Napoli e il danno sistemico
L’eco di quanto accaduto a Milano è arrivata immediata e violenta fino a Napoli, dove l’indignazione ha superato i confini del tifo per farsi istanza di equità. Per la società e i sostenitori azzurri, i fatti di San Siro sono l’ennesima conferma di un campionato che viaggia a due velocità interpretative.
Il danno per il Napoli non è solo matematico, legato a una classifica che vede l’Inter scappare via grazie a episodi contestati, ma è soprattutto morale. Il club partenopeo, che quest’anno ha già pagato dazio per decisioni arbitrali rigide e spesso punitive, si ritrova a competere in un contesto dove le regole sembrano mutare a seconda dell’interlocutore.
La disparità di trattamento tra i rigori negati alla squadra di Conte e le concessioni generose fatte altrove crea un solco profondo, alimentando l’idea che il percorso verso lo scudetto sia lastricato di ostacoli artificiali che nulla hanno a che vedere con il valore tecnico espresso in campo.
Fallimento della tecnologia e la crisi di credibilità
Il VAR, introdotto per eliminare le ombre, ha finito per ingigantirle, trasformando ogni partita in un processo forense dove vince chi meglio manipola la percezione dell’azione. L’incapacità o la mancata volontà di intervenire sulla simulazione di Bastoni ha certificato il fallimento di uno strumento che, invece di correggere il “chiaro ed evidente errore”, è diventato l’alibi perfetto per non decidere. Questo immobilismo tecnologico non fa altro che accrescere il livore tra le tifoserie e la sfiducia dei club.
Se un’immagine mostra inequivocabilmente una simulazione eppure il gioco prosegue con un’ingiustizia ratificata, allora il sistema ha fallito la sua missione primaria. Il Napoli si sente oggi vittima di questo cortocircuito: una squadra che cerca di lottare per il vertice con la forza delle idee e del lavoro, ma che si scontra regolarmente con un muro di interpretazioni arbitrali che sembrano sempre pendere dalla stessa parte.
Una deriva etica che minaccia il futuro del calcio
Resta la sensazione di un campionato che sta perdendo la sua anima. Non è solo una questione di punti o di trofei, ma di credibilità internazionale. Un torneo dove un ventiseienne può barare impunemente e dove una società storica come il Napoli deve assistere impotente a dinamiche che sembrano scritte in anticipo, è un torneo che sta morendo dentro.
La tristezza che prova l’appassionato neutrale è la stessa che provano coloro che vorrebbero vedere il calcio tornare a essere una questione di pallone e non di simulatori protetti dal monitor. Se non si recupererà immediatamente il valore della lealtà sportiva e non si rimetterà il Napoli e tutte le altre contendenti nelle condizioni di giocare ad armi pari, senza ombre e senza favoritismi mediatici, lo scudetto di quest’anno sarà ricordato come il più amaro e il più contestato della storia recente, un titolo vinto in una valle di sospetti dove la verità è stata l’unica vera sconfitta della stagione.

