Tempo di Carnevale, quando il mondo è pronto a mettersi in maschera
CULTURA
15 febbraio 2026
Il Carnevale non appartiene a un posto né a un calendario: è una soglia.

Tempo di Carnevale, quando il mondo è pronto a mettersi in maschera

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Parlare del Carnevale che in questi giorni attraversa i nostri luoghi significa, in realtà, parlare di molto altro. È un’occasione per riflettere su una forma culturale universale, mobile, antichissima, che ricompare in ogni angolo del mondo con nomi e maschere diverse, ma con la stessa ostinata necessità. Il Carnevale non appartiene a un posto né a un calendario: è una soglia. Un tempo altro in cui le società sospendono se stesse per potersi osservare e comprendere. Napoli, con la sua storia di città teatrale e porosa, offre oggi il punto di partenza ideale.

 

Il Carnevale napoletano.

Qui, tra Piazza Mercato e Piazza Municipio, SOTTENCOPPA – Carnevale Sonico Napoletano riattiva una delle matrici più profonde del Mediterraneo urbano: la festa smette di essere cornice e torna a essere ciò che è sempre stata. Un dispositivo culturale complesso. La festa come rito di passaggio. La musica come macchina mitopoietica. La maschera come strumento di verità. Da Napoli, il Carnevale diventa lente per leggere il mondo. In questi giorni Napoli si trasforma in un laboratorio vivente. Ottanta artisti da dodici Paesi: santur persiani e rap africano, poesia orale e improvvisazione elettroacustica, guarattelle che dialogano con il contemporaneo e Pulcinella che torna figura inquieta, sperimentale, non addomesticata. Tutto converge nel Martedì Grasso con “Carnevale a morte!”, azione urbana collettiva che mette in scena la morte rituale della festa come rifondazione simbolica del mondo. Un funerale allegro e corale che non chiude, ma ricomincia. Napoli lo sa da secoli. Ma il Carnevale campano non è mai stato solo Napoli. Basta spostarsi di pochi chilometri per scoprire una costellazione di feste che raccontano la stessa storia con accenti diversi.

 

Le iniziative in provincia.

A Palma Campania, le Quadriglie trasformano la competizione musicale in un rito identitario totale: non sfilano carri, ma comunità intere che si riconoscono nel suono. A Saviano e Striano, la cartapesta diventa racconto politico e satira popolare, erede di un artigianato che è grammatica del conflitto. A Scampia, con il Carnevale del GRIDAS, la maschera smette di essere evasione e diventa strumento di riscatto sociale e presa di parola collettiva. Questo mosaico trova uno dei suoi nuclei più arcaici e significativi nell’entroterra irpino, dove il Carnevale non è mai stato interrotto, ma costantemente rinegoziato. Qui si concentra una delle più importanti ricerche in corso sul Carnevale come patrimonio culturale immateriale. Il progetto “Maschere e simboli dei Carnevali irpini”, promosso dall’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, con l’Accademia di Belle Arti di Napoli e l’Università di Salerno, mette in dialogo documenti storici e sguardi contemporanei, fotografia e suono, etnografia e comunità.

 

Il lavoro di Vincenzo Esposito.

È un lavoro che affonda le radici negli studi pionieristici di Annabella Rossi e Roberto De Simone e oggi trova una delle sue voci più autorevoli in Vincenzo Esposito, antropologo culturale e profondo conoscitore delle tradizioni popolari campane. Per Esposito, il Carnevale non è una festa che sopravvive per inerzia folklorica, ma una traccia persistente. Un rito che continua a produrre senso perché continua a produrre comunità. Nei suoi studi, il Carnevale appare come un tempo “fuori dal tempo”: uno spazio liminale in cui passato e presente si intrecciano senza annullarsi. Non c’è ripetizione meccanica, ma rigenerazione continua. Ogni anno, la comunità riattraversa il rito per ridefinire se stessa. C’è però un aspetto del Carnevale che spesso imbarazza e che la ricerca antropologica più attenta invita a non edulcorare: il suo rapporto con l’eccesso, il disordine, persino con ciò che una società “ben educata” preferirebbe rimuovere.

 

Il Carnevale come spazio liminale.

Il Carnevale non è solo festa gioiosa, ma spazio liminale in cui affiorano pulsioni profonde, ambigue, talvolta oscure. È il momento in cui il corpo torna centrale, non come corpo disciplinato, ma come corpo che mangia, beve, suda, danza, si traveste, si deforma. Un corpo che reclama il diritto di esistere prima della morale. In molte tradizioni campane, il Carnevale mette in scena una vera e propria pedagogia dell’eccesso: riso sguaiato, osceno rituale, parodia del potere e perfino della morte. Non è provocazione gratuita, ma linguaggio simbolico antichissimo. Scandalizzare, qui, significa ricordare che l’ordine sociale non è naturale, ma costruito, e che può essere temporaneamente rovesciato senza crollare. Anzi: proprio grazie a questo rovesciamento si rigenera. È in questo punto che il Carnevale smette di essere rassicurante e il rito carnevalesco non serve a confermare l’ordine, ma a sospenderlo. Le maschere — spesso deformi, inquietanti, animali — non cercano armonia, ma frattura. Mettono in scena corpi “sbagliati”, desideri fuori norma, identità fluide ben prima che il lessico contemporaneo le nominasse. È una conoscenza incarnata, che passa dal gesto e dal suono, non dal discorso razionale. Il Carnevale diventa così uno spazio di verità brutale. Sotto la maschera non si nasconde l’individuo, ma affiora la comunità nei suoi desideri inespressi, nelle sue paure, nei suoi conflitti. È un teatro collettivo in cui si recita ciò che durante l’anno resta indicibile: fame e abbondanza, sessualità e violenza, morte e rinascita.

 

La morte del Carnevale.

Anche la “morte del Carnevale”, che chiude molti riti campani, non è fine moralizzante, ma sacrificio simbolico necessario perché il mondo possa ripartire. In questo senso, il Carnevale non addomestica il caos: lo attraversa: gli dà un tempo, uno spazio, una forma. Poi lo seppellisce. E riparte. Forse è proprio questa la sua lezione più attuale e più scomoda: il Carnevale ricorda che senza una zona franca, senza un tempo altro in cui tutto può essere messo in discussione, una comunità smette di riconoscersi viva. Non innocente, ma consapevole di sé. E, infine, il Carnevale insegna qualcosa di profondamente politico. È sovversione temporanea del potere costituito: il burbero può ridere, il potente essere deriso, le gerarchie sono rovesciate, le regole sospese. Ma questa anarchia è regolata: con la morte della festa, con la Quaresima che segue, l’ordine viene restituito al mondo. Caos e disciplina, trasgressione e norma, eccesso e misura, si alternano come battiti di un cuore collettivo. La libertà e il potere, così, si incontrano e si definiscono in uno spazio che è insieme gioco, rito e memoria.