Da Giuliana Minuzzo a Federica Brignone, oltre 70 anni di podi olimpici leggendari
Il destino ha il riflesso del ghiaccio e il volto di una ragazza che, nel 1952, non sapeva ancora di stare scrivendo la Genesi. Quando Giuliana Minuzzo scivolò sulla neve di Oslo per andarsi a prendere il bronzo in discesa libera, la prima medaglia femminile italiana ai Giochi Invernali, il mondo era un posto diverso. Lo sport era una questione di muscoli maschili e cappotti pesanti. Ma quel giorno, tra i fiordi norvegesi, si scatenò una valanga che non si è mai più fermata. Da Giuliana a Federica Brignone, il filo azzurro si è tinto d’oro, trasformando un’eccezione in un dominio assoluto. E l’egemonia culturale e tecnica che ha reso l’Italia la nazione da battere s’è confermata a Milano-Cortina.
Giuliana Minuzzo
La scintilla di Giuliana
Giuliana Minuzzo non è stata solo un’atleta, è stata un manifesto. Quattro anni dopo il bronzo norvegese, a Cortina 1956, fu la prima donna al mondo a pronunciare il giuramento olimpico. Un gesto che pesava come un macigno, un segnale al CIO e al mondo intero: noi ci siamo. Eppure, per anni, il movimento femminile è rimasto un sottobosco di talenti che faticavano a trovare continuità. C’erano i lampi di Maria Grazia Marchelli e la grazia di Pia Riva, ma mancava ancora il ruggito che scuotesse le fondamenta. Bisognava aspettare che l’Italia si accorgesse che la neve non era solo per la “Valanga Azzurra” di Thoeni e Gros. Serviva una controparte rosa che fosse altrettanto feroce.

Paoletta Magoni
L’urlo di Sarajevo
La vera frattura col passato avviene nel 1984. A Sarajevo, mentre il mondo guarda ai giganti del fondo, una ragazza di Selvino con una grinta fuori dal comune decide che è tempo di cambiare la storia. Paoletta Magoni vince l’oro in slalom speciale. È una scossa elettrica. Quel successo non è un caso isolato, ma il preludio a un decennio che avrebbe cambiato per sempre la geografia dello sci. Poco dopo, il testimone passa a una ragazza della Valtellina che avrebbe ridefinito il concetto di perfezione tecnica: Deborah Compagnoni. Con Deborah, l’Italia scopre di avere in casa la sciatrice più forte del pianeta. Tre ori in tre Olimpiadi diverse (Albertville ‘92, Lillehammer ‘94, Nagano ‘98), un record che sfida le leggi della fisica e della sfortuna, visti i suoi infortuni alle ginocchia che avrebbero stroncato chiunque. Deborah era il ghiaccio bollente, la precisione chirurgica che annichiliva le avversarie ancora prima della partenza.

Stefania Belmondo
Le regine della fatica
Mentre Deborah pennellava curve nello sci alpino, un’altra rivoluzione esplodeva tra i boschi del fondo. Gli anni ‘90 sono stati il teatro di una delle rivalità più belle e feroci dello sport italiano: Stefania Belmondo contro Manuela Di Centa. Non erano solo compagne di squadra, erano due visioni del mondo. Stefania, la piccola grande donna di Vinadio, capace di soffrire oltre ogni limite umano, collezionista di dieci medaglie olimpiche tra cui gli ori indimenticabili di Albertville e Salt Lake City. Manuela, la forza della natura di Paluzza, che a Lillehammer ‘94 visse un’Olimpiade da divinità, salendo sul podio in tutte e cinque le gare in programma, con due ori che fecero piangere l’Italia intera. In quel momento, il fondo femminile era un affare privato italiano, una dittatura della fatica che non lasciava spazio alle svedesi o alle russe.

Manuela Di Centa
L’espansione dei confini
Non si vive di solo sci. Il nuovo millennio ha portato l’Italia a scoprire nuove frontiere. Nel pattinaggio di figura, Carolina Kostner ha portato la bellezza sui pattini, una carriera lunghissima culminata nel bronzo di Sochi 2014 che vale quanto un oro per la resilienza dimostrata. Ma è nello short track che l’Italia ha trovato la sua predatrice definitiva: Arianna Fontana. Con undici medaglie olimpiche, Arianna non è solo la più grande della sua specialità, è un monumento vivente. Da Torino 2006 a Pechino 2022, ha attraversato le ere geologiche dello sport rimanendo sempre lì, sul gradino più alto, con una cattiveria agonistica che è diventata scuola per le nuove generazioni, come Martina Valcepina e le altre ragazze della staffetta.

Carolina Kostner
La valanga rosa 2.0
Arriviamo ai giorni nostri, all’era del “Dualismo Totale”. Federica Brignone e Sofia Goggia hanno portato lo sci italiano in una dimensione mai vista prima. Federica è la classe pura, la polivalenza fatta persona, la prima italiana a vincere la Coppa del Mondo generale, capace di medaglie pesantissime a Pyeongchang e Pechino. Sofia è l’istinto primordiale, la velocità pura, la donna che cade, si rompe e torna a vincere l’oro in discesa libera nel 2018, per poi compiere il miracolo del bronzo nel 2022 a soli ventitré giorni da un infortunio che avrebbe richiesto mesi di stop. Sono loro le punte di diamante di un movimento che schiera anche altre stelle luminose. Tra tutte, Arianna Fontana, l’atleta dei record con ben 11 medaglie in bacheca.

Federica Brignone
Il record di Milano Cortina
Le Olimpiadi italiane hanno consacrato il grande valore della valanga rosa. Federica Brignone s’è messa al collo due medaglie d’oro volando lungo i pendii innevati delle piste del Gigante e del Super G. Come accadde per Alberto Tomba, nel 1988. Un’impresa, se si considera il grave infortunio che aveva messo in discussione la sua carriera. Ma la lista delle azzurre salite sul podio in questi Giochi straordinariamente emozionanti sono tante: Francesca Lollobrigida (oro nel pattinaggio), Sofia Goggia (bronzo nelle discesa libera), Lucia Dalmaso (bronzo nello snowboard), Chiara Betti (oro nello short track), Arianna Fontana (oro e argento nello short track), Stefania Constantini (bronzo nel curling), Andrea Voetter (oro e bronzo nello slittino), Miriam Oberhofer (oro e bronzo nello slittino), Varena Holfer (slittino).

Arianna Fontana
La continuità e le ragioni del successo
Il primo elemento di questa analisi non può che essere il rapporto col limite fisico. Le atlete italiane hanno elevato la “ripartenza” a forma d’arte. C’è una predisposizione al sacrificio che le donne italiane sembrano gestire con una lucidità superiore.
Secondo elemento: la rivalità sana. Federica Brignone e Sofia Goggia sono esempio, le due facce della stessa medaglia. Una vince, l’altra risponde. È un circolo virtuoso che ha trascinato le compagne. La competizione ha forgiato il gruppo.
E poi ci sono la scuola tecnica, che ha saputo interpretare le diverse psicologie (l’intelligenza tecnica italiana ha saputo “rubare” i segreti delle altre nazioni, l’emancipazione, che non prevede una sola regina, ma una corte di nobili guerriere. Se cade una, ne sorge un’altra. E il fattore famiglia. Infine, queste atlete non corrono solo per se stesse, corrono per una comunità che le sostiene fin dai primi passi sugli sci Club.

