La cultura tossica del calcio stride con l’inchino delle avversarie di Brignone
Esiste un confine sottile, ma invalicabile, che separa lo sport inteso come valore da quello inteso come raggiro. Da una parte c’è l’immagine di Alessandro Bastoni: un tuffo per ingannare l’arbitro, l’esultanza per l’espulsione di un avversario, la ricerca della scorciatoia. Dall’altra, la purezza di Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, che si inginocchiano davanti a una monumentale Federica Brignone e alle sue due medaglie d’oro a Milano-Cortina 2026. Due angolazioni diverse che gridano una verità scomoda: il calcio italiano è prigioniero di una cultura tossica.
L’elogio della furbizia contro il rispetto dell’avversario
Il parallelismo è impietoso. Nel gesto di Bastoni si legge una “furbizia” becera, figlia di un sistema che premia il vantaggio ottenuto con l’inganno. Nell’inchino sulla neve, invece, risplende il riconoscimento del valore altrui, l’ammirazione per il coraggio di una Brignone tornata ai vertici dopo un terribile infortunio. Mentre lo sci celebra il sacrificio e il merito, il calcio sembra celebrare la capacità di “fregare” il prossimo.
Gianluca Rocchi, coordinatore della classe arbitrale, lo ha ammesso con amarezza: «Tutti ci vogliono ingannare». Le simulazioni non sono solo episodi di campo, ma un vero cancro culturale. Allontanano i tifosi stanchi di assistere a sceneggiate, alimentano le tensioni tra le tifoserie e trasformano le partite in polveriere.
Una galleria di “Premi Oscar” poco onorevoli
Bastoni è solo l’ultimo esempio di una lista troppo lunga. Nella stessa giornata, Parisi in Como-Fiorentina ha messo in scena un colpo al volto degno di un set cinematografico. È un vizio antico e internazionale: dal celebre “sbirciare” di Busquets in Barcellona-Inter del 2010 alle rotolate infinite di Neymar a Russia 2018. Gesti che sviliscono il gioco e rendono il calcio un prodotto meno credibile agli occhi di chi cerca la competizione leale.
Ripartire dai settori giovanili
La battaglia contro questa deriva deve iniziare dalle scuole calcio. È lì che si insegna — o si dovrebbe insegnare — che la rivalità non significa demolizione o umiliazione dell’avversario, ma confronto rispettoso. Gli allenatori delle giovanili non sono solo tecnici, sono educatori con una responsabilità sociale enorme.
Se non riportiamo il rispetto e la lealtà al centro del rettangolo verde, il calcio continuerà a perdere pezzi di anima, restando tristemente isolato rispetto a discipline che, come lo sci, sanno ancora onorare il vero spirito olimpico.

