Campania, la fuga dei 35.000 ragazzi. Il futuro della regione emigra già a diciott’anni
Il Mezzogiorno d’Italia sta affrontando un’emorragia di capitale umano senza precedenti e la Campania, purtroppo, siede sul banco degli imputati come principale protagonista di questo esodo. I dati del nuovo rapporto Svimez, intitolato con spietata lucidità “Un Paese, due emigrazioni” e presentato oggi in collaborazione con Save the Children, scattano una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche: la valigia, per i giovani campani, non si prepara più dopo la laurea, ma subito dopo il diploma di maturità.
Siamo di fronte a quella che gli esperti definiscono una “migrazione anticipata”. Nell’anno accademico 2024-2025, su un totale di circa 70mila studenti meridionali che hanno scelto di iscriversi in un ateneo del Centro-Nord, la Campania e la Sicilia generano da sole quasi la metà dell’intero flusso. Ciò significa che ogni anno circa 35mila ragazzi campani decidono di abbandonare le proprie radici prima ancora di aver concluso il percorso di formazione, scommettendo su territori considerati più fertili per le proprie ambizioni.
Questo fenomeno non colpisce in modo uniforme, ma aggredisce il cuore dell’innovazione. Le discipline Stem — scienza, tecnologia, ingegneria e matematica — registrano punte di fuga che sfiorano il 21%. È un paradosso doloroso: mentre la Campania prova a proporsi come hub tecnologico e centro di innovazione, i suoi talenti migliori, quelli dotati delle competenze tecniche necessarie alla transizione digitale, scelgono di formarsi e restare in Lombardia, Emilia-Romagna o Lazio.
Le ragioni di questo addio precoce sono da ricercare in un mercato del lavoro che al Sud appare ancora troppo rigido e poco premiante. Chi si laurea al Nord ha una probabilità altissima, vicina all’88,5%, di trovare occupazione nella stessa macro-area entro tre anni dal titolo. Al contrario, per chi sceglie di restare fedele agli atenei campani, le possibilità di impiego nel territorio di origine scendono drasticamente sotto la soglia del 70%. È una scelta razionale, dunque, quella dei giovani: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici già durante gli studi per garantirsi un ingresso più rapido nel mondo dei professionisti.
Ma è sul piano economico che il divario si trasforma in un vero e proprio abisso salariale. Il rapporto Svimez mette nero su bianco una disparità che offende il merito e la dignità professionale. Un laureato che lavora nel Nord-Ovest percepisce mediamente uno stipendio netto di 1.862 euro al mese; una sua pari grado che lavora nel Mezzogiorno, invece, si ferma a 1.487 euro. Una differenza di 375 euro mensili che non solo incide sulla qualità della vita immediata, ma condiziona la capacità di risparmio, l’accesso al credito e la possibilità di costruire una famiglia nel proprio luogo di origine.
Ancora più drastico è il confronto con l’estero. Chi decide di valicare i confini nazionali non solo trova un’occupazione più coerente con il proprio titolo di studio, ma guadagna tra i 613 e i 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. Questo significa che un giovane ricercatore o un ingegnere campano, trasferendosi in Germania o in Francia, può percepire quasi mille euro in più rispetto a quanto guadagnerebbe restando a Napoli o Salerno.
L’impatto di questa dinamica è devastante per la tenuta sociale della Campania. Non si tratta solo di “cervelli in fuga”, ma di un intero sistema che esporta gratuitamente la propria risorsa più preziosa. Le famiglie campane sostengono costi enormi per crescere ed educare i figli, ma i frutti di questo investimento — in termini di tasse, innovazione e consumi — vengono raccolti da altre regioni o da altri Stati. Senza un intervento strutturale che agisca sui salari, sulla qualità dei servizi e sulla connessione tra università e imprese locali, la Campania rischia di diventare una regione abitata da anziani, dove l’eccellenza è solo un ricordo e il futuro è un biglietto di sola andata per Milano o l’estero.

