La scienza rivela i segreti dei colori della Villa di Poppea ad Oplonti
TORRE ANNUNZIATA
18 febbraio 2026
TORRE ANNUNZIATA

La scienza rivela i segreti dei colori della Villa di Poppea ad Oplonti

Indagini in corso sui pigmenti antichi con i ricercatori del Mit e dell’Università del Sannio
Antonio Di Martino

Lo scavo in corso nei nuovi ambienti della Villa di Poppea a Torre Annunziata sta diventando un’occasione rara per capire, con strumenti moderni, come venivano realizzati e usati i colori nell’antichità.

Qualche giorno fa il cantiere, portato avanti dal Parco archeologico diretto da Gabriel Zuchtriegel, si è trasformato in un laboratorio a cielo aperto: grazie alla collaborazione tra il Laboratorio di Ricerche Applicate di Pompei, il MIT (Massachusetts Institute of Technology) e l’Università del Sannio sono state eseguite indagini diagnostiche che hanno permesso di mettere a confronto i dati già in possesso, relativi agli ambienti già noti, con i riscontri che emergono dalle superfici degli affreschi appena emersi. La campagna di indagini ha rappresentato anche un momento formativo rilevante per studenti e ricercatori, chiamati a studiare e confrontarsi con una materia stratificata, fragile, complessa e unica come quella di Pompei, misurandosi direttamente con la lettura di tracce minime e con l’interpretazione di segnali delicati, senza interferire con la conservazione delle pitture.

Al centro dell’attenzione c’è la parete recentemente emersa con la “pavonessa”: qui l’indagine si è concentrata sulla vasta campitura di rosso brillante per approfondire le cromie, in particolar modo il rosso cinabro e la sua particolare instabilità, e allo stesso tempo sulla ricca palette pittorica della decorazione. Nel tentativo di ricostruire la tavolozza del sito archeologico, le analisi sono state eseguite in maniera selettiva e incrociata, combinando spettroscopia Raman, fluorescenza a raggi X e analisi VIL, così da ottenere riscontri complementari e confrontabili.

La fluorescenza a raggi X (XRF) consente di indagare la composizione chimica dei pigmenti senza prelevare campioni di materia, quindi senza recare il minimo danno, e può essere eseguita direttamente in situ con strumentazioni agili ma di estrema precisione: l’emissione dei raggi X, descritta come assolutamente non dannosa verso la superficie pittorica, eccita gli atomi presenti e permette di identificare gli elementi chimici sulla base dei fotoni riemessi.

Accanto a questa metodologia è stata impiegata la VIL (Luminescenza indotta da luce visibile), una tecnica ad alta precisione che consente l’identificazione univoca del blu egizio: una strumentazione ottica modificata ed estremamente sensibile fa emergere il pigmento nell’immagine finale, rilevandolo come un bianco luminescente, e riesce a catturare anche minime tracce, persino quando il colore non è impiegato puro ma in mescolanze o in velature. I risultati, secondo quanto comunicato, hanno confermato l’ampio uso di questo costoso pigmento nella villa, aggiungendo un elemento concreto alla lettura delle decorazioni e alla comprensione delle scelte tecniche adottate.