Il “Cartello del Nord”: scacco all’alleanza tra i clan Puca, Verde e Ranucci
MAXI-OPERAZIONE
19 febbraio 2026
MAXI-OPERAZIONE

Il “Cartello del Nord”: scacco all’alleanza tra i clan Puca, Verde e Ranucci

I Carabinieri smantellano la "holding" della camorra tra Sant’Antimo e Grumo Nevano: 14 arresti per associazione mafiosa ed estorsione
Marco Cirillo

Non più una guerra fratricida per il controllo delle piazze di spaccio, ma una vera e propria “unione di imprese” criminali finalizzata al controllo totale del tessuto economico locale. Alle prime luci dell’alba di giovedì 19 febbraio 2026, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna hanno inferto un colpo durissimo alla nuova struttura piramidale della camorra dell’hinterland. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di quattordici indagati, accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione e detenzione illegale di armi, tutti reati aggravati dal metodo mafioso.

 

L’inchiesta ha messo a nudo una struttura criminale granitica e moderna, capace di superare le storiche rivalità per massimizzare i profitti e minimizzare l’attrito con le forze dell’ordine. Il raggio d’azione del sodalizio si estendeva su un’area densamente popolata e strategicamente cruciale per l’economia campana, comprendente i comuni di Sant’Antimo, Sant’Arpino, Casandrino e Grumo Nevano. In questo territorio, i clan Puca, Verde e Ranucci avevano stabilito una suddivisione millimetrica delle zone di competenza. Non si trattava di una convivenza forzata tra gruppi rivali, ma di una sinergia operativa volta al controllo asfissiante di ogni attività produttiva, dal piccolo esercizio commerciale alla grande impresa edile impegnata nei cantieri pubblici e privati.

 

L’elemento di maggiore interesse investigativo che emerge dalle carte del GIP del Tribunale di Napoli è la stipula di un vero e proprio accordo di cartello. I tre clan avrebbero superato la fase del conflitto armato per approdare a una gestione manageriale del crimine, il cui pilastro portante era la cosiddetta “cassa comune”. In questo fondo finanziario centralizzato confluivano tutti i proventi derivanti dalle attività illecite, a partire dal racket delle estorsioni. Tali capitali venivano poi ridistribuiti con precisione chirurgica per il sostentamento degli affiliati in libertà, il pagamento delle spese legali e il mantenimento dei familiari dei detenuti, garantendo così la tenuta dell’omertà interna e la compattezza del vincolo associativo.

 

Il controllo del territorio era garantito da una forza di intimidazione costante, alimentata dalla disponibilità di un vero e proprio arsenale di armi da fuoco. Le indagini hanno documentato numerosi episodi di estorsione, sia consumati che tentati, ai danni di imprenditori e commercianti. Gli emissari del cartello si presentavano puntualmente per esigere le quote in occasione delle canoniche scadenze festive, paralizzando l’economia legale della zona. Il provvedimento eseguito dai militari dell’Arma ha portato tredici persone in carcere e una agli arresti domiciliari, colpendo figure considerate dagli inquirenti i nuovi reggenti dei sodalizi. L’operazione rappresenta un segnale forte dello Stato contro una camorra “aziendalista” che, nonostante i precedenti arresti, aveva saputo rigenerarsi sotto una nuova e pericolosa veste unitaria.