Diritto alla dignità oltre la cura: l'appello per il piccolo del Monaldi
Il dramma del bambino di due anni ricoverato all'ospedale Monaldi di Napoli, al quale lo scorso dicembre è stato impiantato…
Una sequenza di errori procedurali, un deficit comunicativo fatale e l’utilizzo inspiegabile di materiali non idonei al trasporto degli organi. L’audit interno dell’azienda ospedaliera Monaldi di Napoli, i cui verbali sono stati resi noti nelle ultime ore, ricostruisce con freddezza burocratica i contorni del dramma che vede protagonista un bambino di soli due anni, la cui vita è oggi appesa a un macchinario extracorporeo dopo un trapianto fallito. Il documento certifica una realtà che va oltre ogni immaginazione: il cuore destinato al piccolo è arrivato in sala operatoria completamente congelato, trasformato in un blocco di ghiaccio impossibile da estrarre dal suo contenitore termico.
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L’errore fatale: il ghiaccio secco al posto del freddo standard
A fare chiarezza sulla natura tecnica del disastro è stato Carlo Pace Napoleone, direttore della cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita di Torino, intervenuto sul caso dopo aver partecipato all’Heart Team presso il nosocomio napoletano. L’errore fondamentale risiede nell’utilizzo del ghiaccio secco per il trasporto del muscolo cardiaco. Si tratta di una procedura assolutamente fuori norma per i trapianti d’organo solido: il ghiaccio secco, infatti, viene utilizzato esclusivamente per la conservazione di tessuti e valvole nelle apposite banche, poiché raggiunge temperature estremamente basse che portano al congelamento rapido.
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Per un trapianto di cuore, la prassi consolidata da trent’anni prevede l’uso di ghiaccio normale, da frigorifero, capace di mantenere l’organo a una temperatura costante tra i 4 e gli 8 gradi. Il contenitore utilizzato al Monaldi era il box standard impiegato nella maggior parte dei centri, ma l’introduzione involontaria o erronea del ghiaccio secco al suo interno ha trasformato l’ambiente di trasporto in una cella frigorifera letale, inglobando il secchiello con il cuore in una massa solida e gelata.
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Dramma in sala operatoria: la decisione senza alternative
L’audit svela momenti di concitazione estrema nel blocco operatorio. Quando il contenitore termico è stato aperto, l’equipe medica si è trovata davanti a una situazione senza precedenti. Il cuore non era “estraibile”. Tuttavia, la macchina del trapianto era già in una fase di non ritorno. Emerge qui un punto critico dell’indagine interna: il primario di Cardiochirurgia, Guido Oppido, avrebbe proceduto all’espianto del cuore malato del bambino prima di avere la certezza assoluta dell’integrità del nuovo organo.
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Secondo quanto ricostruito, si sarebbe verificato un “deficit comunicativo procedurale”: il chirurgo avrebbe staccato il cuore del paziente ritenendo di aver ricevuto un via libera che nessuno dei membri dell’equipe ha poi confermato di aver dato. Una volta rimosso l’organo originario, i medici si sono trovati con il paziente in circolazione extracorporea e un unico cuore a disposizione, sebbene congelato. Nonostante il “forte sospetto di un grave danno”, la decisione è stata obbligata: procedere allo scongelamento rapido e all’impianto nella speranza che il muscolo non fosse irrimediabilmente compromesso.
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Il cuore che non riparte e la corsa verso l’Ecmo
Le speranze dell’equipe si sono infrante dopo tre ore di tentativi inutili. Il cuore, danneggiato irreversibilmente dal gelo, non ha mai ripreso a battere autonomamente. A quel punto, l’unica strada percorribile è stata l’attivazione dell’Ecmo, il macchinario per l’ossigenazione extracorporea che attualmente supporta le funzioni vitali del bambino. Contestualmente al fallimento dell’intervento, l’ospedale ha inoltrato una richiesta urgente per la disponibilità di un secondo organo, ma le condizioni attuali del piccolo, secondo quanto riferito dai consulenti, rendono un nuovo trapianto un’opzione quasi impraticabile.
Le responsabilità e il dibattito sulla condotta medica
Nonostante l’errore a monte nella conservazione, gli esperti difendono in parte la scelta finale del chirurgo di procedere comunque all’intervento. Carlo Pace Napoleone ha chiarito che, una volta espiantato il cuore malato, non esistevano alternative se non tentare l’impianto dell’organo gelato dopo una procedura di scongelamento analoga a quella usata per i tessuti. “Nessuno poteva sapere con certezza quanto fosse stato danneggiato”, ha spiegato il luminare torinese, sottolineando che il cuore originario del piccolo era in una fase di tale insufficienza da non poter più sostenere la vita.
Resta però aperto l’interrogativo su come sia stato possibile che del ghiaccio secco, materiale solitamente non presente nelle sale operatorie, sia finito nel kit di trasporto. L’inchiesta dovrà stabilire chi abbia preparato il contenitore e perché non siano stati rispettati i protocolli di sicurezza che prevedono il monitoraggio rigoroso delle temperature. Mentre la magistratura e la sanità regionale cercano risposte, un bambino di due anni resta l’inconsapevole vittima di una catena di negligenze che ha trasformato una speranza di vita in un incubo clinico e legale.