Massimo Troisi, il battito eterno di un genio gentile che istruisce ancora il futuro
IL COMPLEANNO
19 febbraio 2026
IL COMPLEANNO

Massimo Troisi, il battito eterno di un genio gentile che istruisce ancora il futuro

Il magistero del "Pulcinella senza maschera" resta l'unico vero antidoto alla dittatura della perfezione: una lezione di fragilità, amore e dignità
Gaetano Angellotti

Oggi Massimo Troisi avrebbe compiuto settantatré anni. Ma parlare di lui al condizionale o declinarne la grandezza al passato è un errore di prospettiva, un peccato di grammatica sentimentale. Massimo non “è stato”; Massimo “è”. È una lezione che continua a risuonare, un sussurro che scavalca il rumore del digitale per arrivare dritto a una generazione di giovani che, forse senza saperlo, hanno un bisogno disperato della sua “smorfia”.

 

L’antidoto al mito del superuomo
In un’epoca dominata dall’estetica della performance, dai filtri di Instagram e dalla necessità di apparire sempre vincenti, Troisi insegna ai giovani il valore rivoluzionario della fragilità. Lui, che portava il suo cuore malato come un compagno di viaggio ingombrante ma sincero, non ha mai cercato di nascondere il dubbio, l’esitazione, il balbettio. Per Massimo, la parola non era un proiettile, ma una ricerca. I suoi personaggi non erano eroi, erano “uomini di meno”, persone che cercavano di capire il mondo senza volerlo conquistare. Ai ragazzi di oggi, schiacciati dall’ansia di dover essere “qualcuno”, Massimo sussurra che si può essere immensi anche ammettendo di non aver capito bene la domanda.

 

La rivoluzione del linguaggio: oltre il dialetto
Massimo Troisi ha compiuto un miracolo culturale: ha liberato il napoletano dallo stereotipo della macchietta e della sceneggiata, trasformandolo in una lingua filosofica universale. Il suo non era solo un dialetto, era un’andatura del pensiero. Insegnava che non serve urlare per farsi ascoltare; a volte, un silenzio prolungato, uno sguardo rivolto altrove o una mano che si gratta la nuca dicono molto di più di un discorso strutturato. Per i giovani film-maker e scrittori, Troisi è l’esempio di come la propria identità territoriale non sia un limite, ma il trampolino per parlare al mondo intero. Ha dimostrato che si può essere profondamente di San Giorgio a Cremano e contemporaneamente cittadini dell’anima di chiunque, a Parigi come a New York.

 

La dignità dei sentimenti: amarsi “con calma”
Se c’è un ambito in cui Troisi continua a essere un maestro insuperato, è quello dell’amore. In un mondo di relazioni “fast”, di swipe e di consumi emotivi rapidi, Massimo ci ha lasciato la poetica dell’attesa e del rispetto. Il suo amore cinematografico non è mai possesso, ma stupore. Pensiamo alla delicatezza con cui il suo postino Mario, ne Il Postino, si avvicina alla poesia per conquistare Beatrice. Non usa la forza, usa la metafora. Insegna ai giovani che l’amore è un atto di ascolto, una costruzione lenta, fatta di timidezze e di parole cercate con cura. Troisi ha ridato dignità al “timido”, elevandolo a figura di una nobiltà d’animo quasi cavalleresca, pur rimanendo profondamente umano.

 

Il cinema come urgenza vitale
La lezione professionale di Troisi è un monito per chiunque voglia intraprendere una carriera artistica. Massimo non faceva film per contratto, li faceva per necessità. Ogni sua opera era un pezzo di vita messo a nudo. La dedizione totale mostrata durante le riprese de Il Postino, quando il suo cuore ormai stremato gli chiedeva di fermarsi e lui rispondeva “questo film lo devo fare con il mio cuore”, è il testamento di un uomo che credeva nel potere salvifico dell’arte. Ai giovani artisti insegna che la tecnica è nulla senza l’onestà, e che il successo non è la meta, ma la conseguenza naturale di un racconto sincero.

Un’eredità che non conosce tramonto
Oggi Massimo Troisi parla ai ventenni perché è stato l’unico capace di ridere della propria malinconia senza mai diventare patetico. Ha insegnato che l’ironia è la forma più alta di intelligenza e di difesa. In un presente spesso cupo, la sua risata pulita — quella che nasceva da una battuta fulminea e mai volgare — è un faro di speranza. Massimo ci manca, è vero, ma la sua assenza è una forma di presenza costante. Ogni volta che un ragazzo sceglie di essere autentico invece che perfetto, ogni volta che qualcuno preferisce un dubbio a una certezza arrogante, Massimo è lì che sorride, con quel suo modo di fare un po’ così, tra il genio e il compagno di banco che ti passa il compito.

Buon compleanno, Massimo. Grazie perché, anche da lassù, continui a spiegarci che la vita, nonostante tutto, è un viaggio che merita di essere vissuto “con un poco di pazienza e tanta poesia”.