Dal crepuscolo delle Case Chiuse all’ipocrisia di oggi. L’Italia non è mai diventata adulta
LEGGE MERLIN
20 febbraio 2026
LEGGE MERLIN

Dal crepuscolo delle Case Chiuse all’ipocrisia di oggi. L’Italia non è mai diventata adulta

Il voto del 20 febbraio 1958 tra lo spettro della sifilide, l’ipocrisia del quieto vivere e il riscatto cinematografico di Filumena. Cos'è cambiato dall'abolizione della schiavitù di Stato
Raffaele Schettino

Il 20 febbraio 1958 era un mercoledì di pioggia. Gli italiani avevano seguito le cronache parlamentare tra i banchi della Camera dei Deputati con il fiato sospeso. «Si chiudono», «Forse no». Quel giorno, l’Italia espresse un voto «sofferto» e «liberatorio», decise di smettere i panni del “tenutario”. Con l’approvazione della Legge n. 75, meglio nota come Legge Merlin, il Paese scardinò un sistema secolare, chiudendo definitivamente la porta su un’epoca fatta di persiane serrate, odore di fenolo e una cittadinanza di serie B che pesava come un macigno sulla neonata democrazia repubblicana. Fu la fine di un’ipocrisia elevata a sistema amministrativo, una svolta che non riguardava solo la pubblica decenza, ma la carne viva e la dignità di migliaia di donne fino ad allora considerate merce da inventariare.

 

L’ordinaria ferocia delle Case Chiuse e la schiavitù della “Quindicina”
Prima di quel fatidico 1958, l’Italia viveva in un regime regolamentarista dove lo Stato non si limitava a tollerare la prostituzione, ma la disciplinava come una qualsiasi attività commerciale. Le “case” erano micro-mondi governati da regole ferree: le imposte dovevano restare sempre chiuse per salvaguardare un decoro di facciata, ma all’interno la realtà era cupa. Le donne erano soggette alla “quindicina”, un trasferimento forzato ogni quindici giorni da una città all’altra per impedire che creassero legami affettivi con il territorio o con i clienti. Erano schedate in Questura, marchiate da un libretto sanitario che diventava una “lettera scarlatta” indelebile. Una volta entrate nel giro, uscirne era quasi impossibile: tra il debito perenne accumulato con le tenutarie per vitto e alloggio e l’impossibilità di trovare un impiego onesto a causa dei precedenti di polizia, la “casa” diventava una prigione senza sbarre, una schiavitù legalizzata sotto l’avallo fiscale dello Stato.

 

Lo spettro della sifilide e il falso alibi della sicurezza sanitaria
Il principale argomento dei detrattori della senatrice Merlin era la salute pubblica. Si sosteneva che i bordelli fossero necessari per circoscrivere le malattie veneree, in particolare la sifilide. Eppure, quel sistema era un colossale bluff sanitario. Se le donne erano sottoposte a controlli bi-settimanali spesso degradanti e sbrigativi, i clienti — i veri vettori del contagio — entravano e uscivano senza alcun tipo di accertamento. Un uomo infetto poteva contagiare una donna subito dopo la sua visita medica, rendendo il “bollino di sanità” del libretto assolutamente nullo per i giorni a seguire. Fu proprio Lina Merlin, con pragmatismo moderno, a smontare questo castello di carte: con la diffusione della penicillina nel dopoguerra, l’argomento della sorveglianza statale perdeva ogni valore scientifico. La malattia poteva essere curata privatamente, rendendo inutile la ghettizzazione delle donne in sifilicomi che somigliavano più a carceri che a ospedali.

 

Il “male minore” e il silenzio complice delle mogli
Ma chi erano le “altre” donne in questa storia? Le mogli italiane del 1958 vivevano in una società profondamente patriarcale, dove il sesso matrimoniale era spesso vissuto come un dovere procreativo e il desiderio maschile come un istinto ingovernabile da sfogare altrove. Molte di loro accettavano le case chiuse come un “male minore”. In un’epoca senza divorzio, il bordello garantiva che il marito non si legasse affettivamente a un’altra donna, proteggendo l’integrità del focolare domestico. Era un patto tacito e amaro: la “donna onesta” tollerava il postribolo per sottrarsi a pretese sessuali vissute con disagio o per quieto vivere. Lina Merlin ebbe il coraggio di rompere questo silenzio, spiegando alle mogli che la mercificazione di una categoria di donne degradava, per riflesso, la dignità di tutto il genere femminile, mogli comprese.

 

Lina Merlin: la maestra che sfidò il pregiudizio
Dietro questa rivoluzione c’era una figura d’acciaio: Angelina “Lina” Merlin. Maestra veneta, partigiana e madre costituente, fu la prima donna eletta al Senato. La sua non fu una battaglia mossa da bigottismo religioso — era socialista e atea — ma da una profonda convinzione di giustizia sociale. In Parlamento dovette subire insulti, risate sguaiate e battute volgari dai colleghi maschi, ma rispose colpo su colpo. Raccolse centinaia di lettere di prostitute che raccontavano fame, violenza e disperazione, trasformando quei documenti umani nella benzina che alimentò dieci anni di dibattiti legislativi. Il suo obiettivo era strappare la donna alla categoria delle “cose” per restituirla a quella degli esseri umani.

 

Il volto di Filumena Marturano: tra cinema e realtà
Se la politica faticava a comprendere, il cinema italiano si fece interprete magistrale di questa transizione. Filumena Marturano, l’indimenticabile creatura di Eduardo De Filippo portata sullo schermo da Sophia Loren, divenne l’icona del riscatto. Filumena, finita “nel vicolo” per fame, incarna la lotta per la dignità: il suo rifiuto di essere trattata come una serva da Domenico Soriano è il grido di tutte le donne delle case chiuse. Altri film, come “Adua e le compagne” o “Arrangiatevi!”, documentarono con amara ironia lo smarrimento del post-1958, mostrando come la chiusura delle case non avesse cancellato lo stigma sociale, lasciando le donne libere, sì, ma spesso abbandonate a se stesse in una società che faticava a riaccoglierle.

 

L’eredità e le nuoveipocrisie del presente
A decenni di distanza, l’ipocrisia non è scomparsa, ha solo cambiato forma. Se nel 1958 il nemico era lo Stato che lucrava sul corpo femminile, oggi il mercato si è spostato nell’invisibilità dell’online e negli appartamenti privati, alimentato da una domanda che coinvolge ancora tre milioni di clienti l’anno. La mentalità del “non nel mio giardino” sopravvive: molti invocano il ritorno ai bordelli non per tutelare le donne, ma per “pulire le strade”, desiderando ancora una volta una persiana chiusa che nasconda alla vista ciò che non si vuole affrontare culturalmente.

 

La schiavitù della tratta internazionale ha sostituito le vecchie tenutarie, ma la logica resta la stessa: la mercificazione della carne umana. La Legge Merlin resta un monumento alla civiltà, un monito che ci ricorda come nessuna società possa dirsi libera finché accetta che il corpo di un essere umano sia trattato come una voce di bilancio o una valvola di sfogo sociale. Quel 20 febbraio l’Italia scelse di essere un Paese adulto; spetta alla coscienza moderna decidere se onorare quella scelta o continuare a socchiudere le persiane.