Venti opere sconosciute di Michelangelo. Una ricerca cambia la storia
LO STUDIO
20 febbraio 2026
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Venti opere sconosciute di Michelangelo. Una ricerca cambia la storia

Venti opere finora sconosciute emergono dagli archivi grazie a Valentina Salerno annuncia una scoperta che sfida il mito della distruzione michelangiolesca
metropolisweb
Lucia Somma

La storia dell’arte non è una costruzione statica, ma un sistema dinamico di conoscenze in continua revisione. Ogni nuova scoperta documentaria ha il potere di ridefinire assetti consolidati, riaprendo questioni che si ritenevano definitivamente risolte. È in questo orizzonte epistemologico che si inserisce la recente ricerca che attribuisce nuove opere a Michelangelo Buonarroti, restituendo complessità a una delle figure più indagate della cultura occidentale.

 

L’indagine condotta da Valentina Salerno si fonda su un impianto metodologico di natura interdisciplinare, in cui convergono analisi archivistiche, studio delle fonti primarie e comparazione stilistica. Il risultato — l’identificazione di circa venti opere finora ignote o ritenute di incerta attribuzione — non rappresenta soltanto un ampliamento quantitativo del catalogo michelangiolesco, ma implica una revisione qualitativa della sua eredità artistica.

 

Il punto di frattura più significativo riguarda la narrazione tradizionale tramandata da Giorgio Vasari, la cui autorevolezza ha a lungo sostenuto l’immagine di un Michelangelo intento a distruggere parte della propria produzione negli ultimi giorni di vita. Tale rappresentazione, profondamente radicata nella storiografia, viene oggi rimessa in discussione da una lettura alternativa: non una distruzione sistematica, ma un atto deliberato di salvaguardia.

 

Secondo la ricostruzione proposta, l’artista avrebbe affidato un nucleo selezionato di opere a una cerchia ristretta di collaboratori e allievi, con l’obiettivo di sottrarle a possibili dispersioni o appropriazioni indebite. In questo contesto, l’individuazione documentaria di un ambiente protetto — una stanza dotata di un sistema di accesso regolato da più chiavi — assume una valenza cruciale. Non si tratta soltanto di un dettaglio logistico, ma di un indizio strutturale che consente di ripensare le modalità di trasmissione del patrimonio artistico michelangiolesco.

 

La portata di questa ipotesi si estende oltre il piano biografico, incidendo direttamente sulle pratiche attributive e sulla geografia delle opere. Se Michelangelo non distrusse, ma occultò e distribuì, allora una parte significativa della sua produzione potrebbe essere ancora oggi dispersa in contesti ecclesiastici, collezioni storiche o depositi museali, in attesa di una corretta identificazione.

 

In questo senso, la ricerca di Salerno si configura come un dispositivo generativo: non chiude una questione, ma ne apre molte altre. L’attenzione si sposta, ad esempio, sulle reti relazionali dell’artista, sui suoi collaboratori più fidati e sui meccanismi giuridici e materiali che hanno regolato il passaggio delle opere. Il riferimento a documenti come il cosiddetto contratto di spoliazione attribuito a Blasio Betti suggerisce l’esistenza di una struttura organizzata, capace di gestire la custodia e la trasmissione di beni artistici di straordinario valore.

 

Il riconoscimento della comunità scientifica rappresenta un ulteriore elemento di rilievo. Il coinvolgimento di studiosi afferenti a istituzioni di primo piano e la creazione di un comitato scientifico internazionale indicano che la ricerca ha già superato una prima soglia di legittimazione accademica. In parallelo, anche il sistema del mercato dell’arte sembra offrire segnali convergenti. La recente vendita di un disegno attribuito a Michelangelo presso Christie’s, accompagnata da una perizia che segue una linea attributiva affine a quella proposta da Salerno, costituisce un riscontro significativo, seppur indiretto.

 

Tuttavia, sarebbe riduttivo interpretare questa vicenda esclusivamente in termini di scoperta o di valore economico. Il suo significato più profondo risiede nella dimostrazione concreta di cosa sia, oggi, la ricerca storico-artistica: un processo lento, stratificato, che richiede rigore metodologico, capacità critica e una notevole resistenza intellettuale.

 

Vi è, inoltre, una dimensione meno visibile ma altrettanto determinante: quella emotiva. La ricerca, soprattutto quando si confronta con figure di tale statura, non è mai un’attività neutra. È attraversata da intuizioni, attese, verifiche, e talvolta da momenti di autentica rivelazione. L’emozione che accompagna la possibilità di riconoscere la mano di Michelangelo in un’opera rimasta a lungo anonima o fraintesa non è un elemento accessorio, ma parte integrante del processo conoscitivo.

 

Questa scoperta, dunque, non riguarda soltanto Michelangelo. Riguarda il modo in cui costruiamo e ricostruiamo il sapere. Ci ricorda che anche i sistemi più consolidati possono essere messi in discussione, e che la verità storica è sempre il risultato di un equilibrio provvisorio tra fonti, interpretazioni e nuove evidenze.

 

In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia di comprimere i tempi della riflessione, il lavoro di ricerca restituisce valore alla lentezza, alla verifica, alla profondità. E soprattutto restituisce centralità a una forma di conoscenza che non si limita a conservare il passato, ma lo interroga continuamente, rendendolo vivo e attuale.

 

È forse proprio qui che risiede l’aspetto più affascinante della vicenda: nella capacità della ricerca di generare non solo dati, ma senso. Di trasformare un insieme di documenti in una narrazione nuova, capace di emozionare e di ridefinire ciò che credevamo di sapere. Michelangelo, ancora una volta, non smette di parlarci. Ma è la ricerca che ci consente, oggi, di ascoltarlo in modo diverso.

 

Lucia Somma