Campania, l’autunno dell’industria. Transizione e deserto sociale: in bilico 10mila operai
LAVORO
23 febbraio 2026
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Campania, l’autunno dell’industria. Transizione e deserto sociale: in bilico 10mila operai

Un esercito di tute blu con il fiato sospeso tra Stellantis e indotto: la regione paga il prezzo più alto della rivoluzione elettrica. Senza un piano di reindustrializzazione, il rischio è un’emorragia occupazionale senza ritorno
Raffaele Vitiello

I numeri diffusi dalla Fim Cisl Campania non sono solo fredde statistiche, ma il bollettino di guerra di un sistema produttivo che sta perdendo i suoi pilastri storici. Al centro della crisi c’è l’area metropolitana di Napoli, con quasi 6.000 lavoratori coinvolti in un vortice di incertezza. Lo stabilimento Stellantis di Pomigliano d’Arco, per decenni simbolo del riscatto industriale del Mezzogiorno, oggi vive sospeso in un limbo pericoloso. La strategia globale del gruppo, orientata a una transizione elettrica forzata e guidata da logiche di puro efficientamento finanziario, sta imponendo una riconversione che il territorio non riesce a metabolizzare con la stessa velocità dei mercati.

 

Il passaggio all’elettrico non è una semplice sostituzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che richiede il 40% in meno di manodopera. In un territorio dove la densità abitativa e la dipendenza dal reddito da lavoro dipendente sono altissime, ogni posto perso in catena di montaggio ne trascina con sé altri tre nei servizi. Il risultato è un esercito di lavoratori che oscilla tra la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria, guardando con terrore alla scadenza degli ammortizzatori sociali mentre i piazzali delle fabbriche si svuotano e le linee di produzione rallentano i giri.

 

L’effetto domino sulle province: la polverizzazione dell’indotto
Se Napoli rappresenta il cuore del problema, le altre province campane non sono immuni dal contagio. Caserta, un tempo promessa dell’elettronica e della componentistica avanzata, vede oggi quasi 2.000 addetti sospesi nel vuoto. Qui la crisi ha il volto dei capannoni dismessi e delle piccole imprese familiari che hanno servito per generazioni i grandi gruppi e che oggi si ritrovano fuori mercato, incapaci di sostenere i costi energetici e l’assenza di nuovi ordinativi. Ad Avellino, la meccanica pesante soffre una fragilità strutturale che colpisce oltre 1.200 famiglie, mentre Benevento e Salerno iniziano a mostrare crepe preoccupanti in settori che sembravano più resilienti.

 

La crisi dell’indotto è, se possibile, più insidiosa di quella delle grandi fabbriche. Mentre i grandi gruppi possono negoziare tavoli nazionali, le piccole aziende della componentistica sono spesso monocommittenti e prive di paracadute finanziari. Quando Stellantis frena o delocalizza la produzione di un singolo componente verso mercati a basso costo, una piccola impresa di Caserta o Avellino chiude i battenti nel giro di pochi mesi, alimentando una disoccupazione “invisibile” che sfugge spesso ai grandi titoli dei giornali ma devasta il tessuto sociale locale.

 

Il paradosso della transizione: tra obiettivi green e macelleria sociale
Il grido d’allarme dei sindacati pone una questione etica e politica fondamentale: la transizione ecologica sta diventando una “dispersione industriale”. La decisione europea di vietare la vendita di veicoli endotermici dal 2035 è una sfida titanica che la Campania sta affrontando disarmata. Molte delle eccellenze produttive regionali sono legate a componenti — pistoni, sistemi di scarico, trasmissioni — che nelle auto elettriche semplicemente non esistono. Senza un piano di riconversione che porti in Campania la produzione di batterie, motori elettrici o infrastrutture di ricarica, la regione rischia di diventare un museo archeologico dell’industria del XX secolo.

 

Il rischio è quello di creare una nuova generazione di “esodati tecnologici”: operai specializzati di 45 o 50 anni che possiedono una manualità e una conoscenza straordinaria dei motori termici, ma che risultano improvvisamente obsoleti per un mercato che richiede software e chimica. Senza massicci investimenti in formazione e riqualificazione, questi diecimila lavoratori non sono in transizione, sono in uscita definitiva dal circuito economico legale.

 

Il fantasma della disoccupazione strutturale e il declino demografico
Questa crisi non colpisce un territorio sano, ma si innesta su una regione che già combatte con tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa. La perdita di quasi 10.000 posti nel settore metalmeccanico aggrava tre piaghe storiche: la disoccupazione giovanile, il bassissimo tasso di occupazione femminile e la fuga dei cervelli.

 

In Campania, il lavoro nella grande industria è stato per decenni l’unico ascensore sociale affidabile. Quando questo viene meno, i giovani non hanno altra scelta che l’emigrazione o il ripiegamento verso forme di lavoro precario o sommerso.

 

La riduzione del potere d’acquisto dovuta al massiccio ricorso alla CIG sta già deprimendo il commercio al dettaglio e i servizi nelle aree interne, creando un circolo vizioso: meno salari industriali significano meno consumi, che a loro volta portano alla chiusura di negozi e piccole attività, alimentando ulteriormente il tasso di disoccupazione regionale. È un contagio economico che rischia di trasformare intere province in deserti demografici, dove restano solo gli anziani e chi non ha le risorse per fuggire.

La necessità di un Piano Straordinario: non c’è più tempo per i rinvii
La richiesta della Fim Cisl di un confronto immediato con Governo e Regione non è un atto formale, ma l’ultima chiamata per evitare il collasso. Non bastano più i bonus o i rinnovi trimestrali degli ammortizzatori sociali. Serve una strategia industriale che includa la riduzione drastica del costo dell’energia per le imprese energivore, incentivi fiscali per la reindustrializzazione dei siti dismessi e una riforma radicale dei centri per l’impiego che sia capace di gestire una riconversione di massa.

La Campania possiede ancora le competenze e le infrastrutture per restare una regione manifatturiera, ma la finestra di opportunità si sta chiudendo. Se la politica non sarà capace di governare la transizione con investimenti diretti e una visione di lungo periodo, il 2026 verrà ricordato come l’anno in cui il Sud ha perso definitivamente la sua sfida con la modernità. La difesa di questi 10.000 posti di lavoro non è solo una battaglia sindacale, è la difesa dell’identità stessa della Campania produttiva.