La Procura di Napoli accelera. Gli indagati per la morte del piccolo Domenico salgono a sette
Non si ferma l’attività inquirente della Procura di Napoli sul drammatico decesso del piccolo Domenico, il bambino spirato sabato scorso…
L’inchiesta sulla tragica morte del piccolo Domenico, il bambino di appena due anni spirato sabato mattina all’ospedale Monaldi di Napoli, si arricchisce di dettagli inquietanti che spostano l’attenzione dai tavoli operatori alle procedure burocratiche e di verifica. L’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha sollevato dubbi pesantissimi sulla gestione del cuore arrivato nel nosocomio partenopeo il 23 dicembre scorso. Secondo il legale, che ha visionato i documenti clinici, esisterebbe un “buco” procedurale imperdonabile: nella cartella clinica non vi sarebbe traccia del via libera formale all’utilizzo dell’organo.
La Procura di Napoli accelera. Gli indagati per la morte del piccolo Domenico salgono a sette
Non si ferma l’attività inquirente della Procura di Napoli sul drammatico decesso del piccolo Domenico, il bambino spirato sabato scorso…
«Vogliamo chiarire perché nella cartella non viene menzionato da nessuna parte l’ok per il cuore arrivato», ha dichiarato Petruzzi. «Nelle fasi dell’operazione non c’è scritto che qualcuno abbia verificato e validato l’integrità dell’organo». Una contestazione che pesa come un macigno, poiché Domenico sarebbe stato sottoposto a un trapianto con un cuore che, secondo le prime risultanze, sarebbe apparso già danneggiato. La mancanza di una firma o di un protocollo di validazione aprirebbe scenari di responsabilità che vanno oltre l’errore chirurgico, toccando i vertici organizzativi della struttura.
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«Poteva aspettare altri due anni»: l’accusa di un intervento inutile
Un altro punto cardine della strategia difensiva della famiglia riguarda l’urgenza dell’intervento. L’avvocato Petruzzi ha sottolineato che Domenico, pur affetto da una patologia cardiaca congenita per la quale era in lista d’attesa da due anni, non si trovava in uno stato terminale al momento dell’operazione. «Il trapianto poteva essere rinviato visto che Domenico non era un bambino moribondo. Poteva aspettare ancora».
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Questa tesi punta a scardinare la difesa del “rischio calcolato” in situazione d’emergenza. Se il bambino era stabile, perché procedere con un organo che presentava criticità? La Procura di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante, sta cercando di capire se sia stata l’ansia di prestazione, la pressione dei tempi o una sottovalutazione tecnica a spingere l’équipe medica a impiantare un cuore compromesso. Il sospetto della famiglia è che Domenico sia stato vittima di una fretta ingiustificata che ha trasformato un’opportunità di vita in una condanna a morte.
Sette indagati e l’attesa per l’incidente probatorio
Il fronte giudiziario si allarga. Con l’iscrizione nel registro degli indagati di una dirigente medica del Monaldi, il numero delle persone sotto inchiesta sale a sette. Oltre alla dirigente, figurano i sei componenti dell’équipe cardiochirurgica che ha eseguito il trapianto poco prima di Natale. L’accusa ipotizzata è omicidio colposo, ma la famiglia preme per la riqualificazione in omicidio volontario con dolo eventuale, sostenendo che chi ha operato fosse consapevole dei rischi legati a quell’organo specifico.
In queste ore, la Procura ha formalizzato la richiesta di incidente probatorio al GIP. Si tratta di un passaggio tecnico indispensabile per procedere con l’autopsia e la perizia medico-legale collegiale. Il giudice dovrebbe decidere entro i prossimi due giorni, nominando i periti che dovranno stabilire l’esatta causa del decesso e l’entità dei danni subiti dal cuore durante il trasporto o la manipolazione. Solo l’esame autoptico potrà confermare se quel cuore fosse oggettivamente inutilizzabile fin dal primo momento.
Il dolore composto di una madre: nasce la Fondazione Domenico
Mentre la battaglia legale infuria, Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha scelto la via della memoria e della trasformazione del dolore. Accompagnata dal legale presso uno studio notarile in via dei Mille, ha dato il via alla costituzione di una fondazione intitolata al figlio. «La rabbia non serve a niente. Oggi lavoriamo perché mio figlio non venga dimenticato e perché non debba accadere mai più a nessun altro bambino», ha dichiarato con voce ferma ma carica di commozione.
La donna ha ribadito la sua piena fiducia nella magistratura, pur non nascondendo la delusione verso l’istituzione ospedaliera: «All’ospedale non voglio dire niente, tutto quello che c’è fuori parla da sé. Voglio la verità, non per vendetta, ma per giustizia». La nascita della fondazione segna il desiderio della famiglia di monitorare la trasparenza dei processi sanitari e dei trapianti pediatrici, affinché la storia di Domenico diventi un monito per l’intero sistema sanitario nazionale. La città di Napoli, intanto, si stringe attorno a questa madre, in attesa che i periti restituiscano i primi frammenti di verità su una tragedia che appare, ogni ora di più, evitabile.