Moby Prince, la verità del nostromo: «C’era nebbia a banchi, poi il patatrac»
A distanza di trentacinque anni da quella tragica notte del 10 aprile 1991, il porto di Livorno torna a essere il centro di una ricerca della verità che non vuole arrendersi al tempo. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, l’audizione di Vittorio Ruggiero, all’epoca nostromo della petroliera Agip Abruzzo, ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate, aggiungendo tasselli fondamentali alla complessa ricostruzione di una serata che costò la vita a 140 persone a bordo del traghetto Moby Prince.
Il racconto di Ruggiero parte da un momento di apparente normalità, un frammento di vita quotidiana a bordo che si è trasformato in tragedia nello spazio di pochi secondi.
Il primo elemento cruciale emerso dalla testimonianza riguarda le condizioni meteorologiche di quella sera, un punto da sempre oggetto di accesi dibattiti giudiziari e peritali. Ruggiero ha ricordato come si trovasse nella saletta della petroliera a guardare la televisione insieme ad altri colleghi.
Fu l’odore del fumo di sigaretta a spingerlo a chiedere a un giovane marinaio di aprire gli oblò per far circolare l’aria. Fu proprio in quel momento che arrivò la segnalazione: la nebbia era fuori, densa al punto da nascondere quasi completamente le luci di centro nave, di cui si percepiva appena un fioco bagliore.
Tuttavia, il nostromo ha precisato un dettaglio tecnico di grande rilievo: non si trattava di un muro uniforme che avvolgeva l’intera rada di Livorno, ma di un fenomeno a macchie, “tocchi di nebbia” sparsi qua e là che creavano zone di visibilità alternata, una condizione che l’uomo ha definito insolita e notata solo in quel tratto di mare.
Il racconto si fa poi concitato quando si passa al momento dell’impatto. Ruggiero non ha fatto in tempo a tornare a sedersi che il “patatrac” era già avvenuto. In pochi istanti, l’equipaggio dell’Agip Abruzzo si è ritrovato sul ponte con le manichette nel tentativo disperato di domare le fiamme. Un primo successo parziale era stato ottenuto, ma un improvviso ritorno di fiamma ha reso il rogo indomabile.
Il nostromo ha descritto le fasi confuse dell’abbandono della nave, con ordini che si incrociavano: prima il comando di andare a prua per salpare l’ancora e fuggire dall’incendio, poi il contrordine immediato di tornare indietro perché le fiamme stavano ormai lambendo il ponte di comando. In quegli istanti di terrore, c’è stato spazio anche per un gesto di scrupolosa professionalità: prima di scendere nella scialuppa di salvataggio, Ruggiero e un altro marinaio sono andati a cercare il comandante, che era intento a recuperare documenti e libretti dalla cassaforte per metterli in salvo.
L’audizione ha toccato anche i punti più oscuri dell’intera vicenda, come la presunta presenza di una bettolina impegnata in attività di bunkeraggio, ovvero il trasferimento di carburante, nei pressi della petroliera. Su questo fronte, Ruggiero è stato categorico: pur ammettendo di essere stato in saletta TV al momento dei fatti, ha sottolineato che per regolamento sarebbe dovuto essere informato di qualsiasi operazione di ormeggio di piccoli natanti accostati alla nave. “Sono sicuro che non mi fu dato nessun ordine di far ormeggiare una bettolina”, ha dichiarato, smentendo di fatto l’ipotesi che tale operazione fosse in corso con il suo coordinamento.
Infine, la Commissione ha tentato di far luce su un dettaglio fornito dal nostromo durante i processi passati, quando riferì di aver visto una nave in fiamme allontanarsi senza emettere segnali acustici, un particolare che alimenterebbe l’ipotesi della presenza di un terzo natante nell’area del disastro.
Su questo punto, però, la memoria del testimone ha mostrato i segni degli anni trascorsi: Ruggiero ha infatti dichiarato di non ricordare più quel dettaglio specifico, pur confermando che, nei giorni successivi al disastro, mentre tornava a bordo per le operazioni di messa in sicurezza del carico, il vento di ponente soffiava dritto verso lo squarcio aperto nella fiancata della petroliera, muta testimone della più grande tragedia della marina mercantile italiana.

