Ucraina assediata da Putin. L’Inverno infinito: quattro anni nel cuore nero d’Europa
Il silenzio fa più rumore delle bombe, e oggi avvolge le trincee ghiacciate del Donbass e le piazze semivuote di Kiev. Sono passati quattro anni esatti da quando l’Europa si svegliò con la notizia che l’inimmaginabile era accaduto: i carri armati russi avevano varcato il confine, riportando la guerra su vasta scala nel cuore del continente.
Quella che era stata presentata dal Cremlino come un’operazione lampo, destinata a risolversi nel volgere di pochi giorni, si è trasformata in una voragine temporale che ha inghiottito sogni, vite e certezze, riscrivendo la geografia del dolore del ventunesimo secolo.
In questo anniversario, il bilancio non si misura solo in chilometri di territorio conteso, ma nello sguardo perso di una generazione di ragazzi che non conoscono più il significato della parola “domani”.
La terra ucraina è oggi un immenso cimitero a cielo aperto dove riposano migliaia di giovani soldati, molti dei quali non avevano ancora compiuto vent’anni quando sono stati chiamati al fronte. Dietro ogni numero, dietro ogni statistica militare, ci sono stanze che resteranno vuote per sempre e madri che hanno smesso di contare i giorni.
Ma è il dato sulle vittime civili, e in particolare sui bambini, a segnare la macchia più indelebile su questa cronaca di fango e sangue. Centinaia di piccoli ucraini non vedranno mai la fine di questo conflitto; sono rimasti sotto le macerie di condomini colpiti nel cuore della notte o sono stati falciati da frammenti di metallo mentre giocavano in cortili che credevano sicuri. È una ferita che non potrà essere rimarginata da nessun trattato di pace, un debito morale che l’umanità intera sta contraendo con il proprio futuro.
In questo scenario di desolazione, la voce del Papa è tornata a levarsi con una forza che mescola disperazione e speranza profetica. L’appello lanciato nelle scorse ore per un cessate il fuoco urgente non è solo un atto diplomatico, ma un grido antropologico. La Santa Sede continua a invocare la ripresa del dialogo, la fine dell’invio di armi e il coraggio di sedersi a un tavolo senza precondizioni distruttive.
Eppure, queste parole sembrano infrangersi contro il muro di granito eretto dalla geopolitica del potere. Il Papa parla alle coscienze, ma i decisori parlano alle mappe, e la distanza tra questi due linguaggi non è mai stata così incolmabile. La diplomazia appare oggi come un muscolo atrofizzato, incapace di produrre movimento in un corpo politico mondiale che sembra aver accettato la guerra come una condizione cronica.
Dall’altra parte della barricata ideologica, la figura di Vladimir Putin resta una sfinge inamovibile. La Russia ha ormai saldato la propria economia e la propria propaganda all’esito del conflitto. Per il leader del Cremlino, non si tratta più solo di una questione strategica, ma di una missione storica che non ammette passi indietro.
La pretesa di annettere stabilmente porzioni significative del territorio ucraino è diventata la condizione minima, il punto di non ritorno che blocca ogni tentativo di mediazione. Questa intransigenza si scontra frontalmente con la resistenza di un’Ucraina che, pur stremata e con le infrastrutture ridotte al lumicino, vede in ogni concessione territoriale il tradimento dei propri morti e l’annullamento della propria sovranità.
È lo scontro tra due giustizie incompatibili, dove la pace non è vista come un bene supremo, ma come una resa inaccettabile.
Mentre i leader mondiali si interrogano sulle prossime mosse, il conflitto ha assunto i tratti di una guerra di posizione tecnologicamente avanzata ma umanamente arcaica. Si muore nei bunker scavati nel fango mentre i droni ronzano sopra le teste come insetti metallici in cerca di preda. L’Europa, dal canto suo, vive questa ricorrenza con una stanchezza che inizia a farsi sentire nelle opinioni pubbliche. Se nei primi mesi l’onda dell’indignazione era stata travolgente, oggi il rischio è quello dell’assuefazione.
Ci si abitua a tutto, persino all’orrore quotidiano, purché avvenga a una distanza di sicurezza dai propri confini. Ma il quarto anno di guerra ci ricorda che non esiste sicurezza in un mondo dove la legge del più forte sostituisce il diritto internazionale. La crisi energetica, l’inflazione e l’instabilità politica sono solo i sintomi di una malattia più profonda che sta erodendo le fondamenta della convivenza globale.
Arrivati a questo punto, la domanda che resta sospesa nell’aria non è più chi vincerà, ma quanto resterà del mondo quando tutto questo sarà finito.
Ogni giorno di guerra in più è un giorno sottratto alla ricostruzione, alla riconciliazione e alla vita. Il quarto anniversario non deve essere solo una ricorrenza di cronaca, ma un momento di riflessione sulla fragilità della nostra civiltà. Se la politica non saprà ritrovare il coraggio del compromesso e se la comunità internazionale continuerà a guardare al conflitto con la rassegnazione di chi assiste a un evento ineluttabile, allora il sacrificio di quelle migliaia di ragazzi e di quei bambini sarà stato il preludio a un secolo di tenebre.
La pace non è mai un regalo della storia, ma una costruzione faticosa che richiede, oggi più che mai, di smettere di guardare alle mappe e ricominciare a guardare negli occhi gli esseri umani.

