SANREMO | Generazione Ariston, perché il Festival è diventato un rito che travolge i giovani?
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui durante la settimana di Sanremo i ragazzi uscivano di casa per evitare il “supplizio” del canone Rai. Era il tempo dei fiori finti, delle orchestre ingessate e di canzoni che nascevano e morivano nel perimetro del Teatro Ariston, destinate a un pubblico che l’adolescenza l’aveva dimenticata da un pezzo. Sanremo era la “messa cantata” dell’Italia democristiana, un rito stanco dove i giovani erano ammessi solo come meteore o “nuove proposte” relegate a orari impossibili.
Poi, qualcosa si è rotto. O meglio, si è aggiustato. Oggi Sanremo non è più l’evento che guardi con la nonna aspettando che finisca; è l’evento che commenti in diretta su Twitch, che distruggi su X (ex Twitter) e che trasformi in meme su TikTok prima ancora che il cantante abbia finito l’ultima nota. Il Festival ha smesso di essere un museo della canzone italiana per diventare un ecosistema vivente, una sorta di “Coachella dei fiori”.
Perché noi giovani lo chiamiamo “Il nostro Coachella”?
Per capire questa metamorfosi, dobbiamo guardare oltreoceano. Il Coachella, il festival che si tiene ogni anno nel deserto della California, non è solo un concerto: è un simbolo. È il posto dove la musica incontra la moda, dove l’estetica conta quanto l’intonazione e dove il valore di un artista si misura dalla sua capacità di diventare un’icona visiva.
Dire che Sanremo è il nostro Coachella significa riconoscere che il Festival ha cambiato natura. Non è più solo una gara canora, ma un fenomeno di lifestyle. Al Coachella si va per “esserci”, per postare la storia perfetta, per sfoggiare il look che detterà legge nei mesi successivi. Sanremo ha assorbito questa energia: oggi i cantanti non scelgono un abito, costruiscono un “concept”. Ogni discesa dalla scala è un’entrata in passerella, ogni performance è pensata per essere frammentata in clip verticali da 15 secondi. È la vittoria dell’immagine sulla sostanza? Forse. O forse è semplicemente l’unico modo per parlare a una generazione che processa la realtà attraverso gli schermi.
La dittatura dell’algoritmo e il crollo dei muri
Perché i giovani sono tornati a guardare Sanremo? La risposta è semplice: perché Sanremo ha finalmente iniziato a guardare noi. La direzione artistica degli ultimi anni ha capito che per sopravvivere doveva “sporcarsi le mani” con la realtà delle classifiche FIMI e di Spotify.
Se un tempo il Festival ignorava il rap, l’urban e l’indie, oggi ne è diventato la vetrina principale, quasi un monopolio.
Il cast non è più una sfilata di vecchie glorie a caccia di un rilancio malinconico, ma una fotografia esatta di quello che passa nelle nostre cuffie tutto l’anno. Quando vedi salire sul palco artisti che hanno milioni di ascoltatori mensili, capisci che il confine tra “mainstream” e “underground” è definitivamente esploso. Il Festival è diventato il luogo dove l’algoritmo prende corpo e voce, trasformando i dati digitali in spettacolo televisivo. Non sono i discografici a decidere chi va a Sanremo, sono i nostri play ripetuti compulsivamente sul bus o in camera.
Il fattore “Napoli”: Oltre la musica, un’identità
Non possiamo parlare di Sanremo per Metropolis Young senza guardare a quello che è successo con Geolier e che continua a riverberarsi nelle strade delle nostre città, da Castellammare a Torre Annunziata. Il Festival è diventato il campo di battaglia di una nuova consapevolezza territoriale che i giovani sentono sulla pelle.
Per i ragazzi della nostra zona, Sanremo è diventato l’occasione per gridare “noi ci siamo”.
Non è più solo tifo per una canzone, è la difesa di un’appartenenza, di una lingua e di un’estetica street che per troppo tempo è stata guardata dall’alto in basso. Il televoto massiccio, l’organizzazione spontanea sui social per sostenere i propri artisti, le bandiere esposte fuori ai balconi: tutto questo trasforma la kermesse in qualcosa di simile a una finale di Champions League. È la rivincita della provincia che si prende il centro del palco più importante d’Italia, costringendo il “sistema” a fare i conti con una realtà che non può più essere ignorata.
L’estetica del “Cringe” e la ricerca dell’autenticità
I giovani di oggi hanno un radar sensibilissimo per la finzione. Odiano i discorsi preparati a tavolino e le emozioni di plastica. Sanremo, con i suoi tempi morti, le gaffe dei conduttori e gli imprevisti tecnici, offre una dose massiccia di quello che chiamiamo “cringe”. Ma, paradossalmente, è proprio in quei momenti di imbarazzo o di rottura che il Festival diventa “nostro”.
In un mondo di video montati alla perfezione e filtrati su Instagram, la diretta dell’Ariston rappresenta l’ultimo baluardo del “tutto può succedere”.
Cerchiamo l’errore, cerchiamo il fuori programma, cerchiamo l’umanità che emerge sotto il trucco pesante e le luci accecanti. Quando un artista si emoziona davvero o quando succede qualcosa di non previsto, quel momento diventa immediatamente un contenuto virale che ci unisce in una risata o in una polemica globale.

