Droga e munizioni nella roccaforte del clan Gallo-Limelli-Vangone: assolto il boss Michele Vangone
Droga e munizioni sepolte nella roccaforte del clan, ma il Tribunale di Torre Annunziata assolve Michele Vangone: non provata la sua responsabilità oltre ogni dubbio. Era stato arrestato nell’ottobre 2023 dopo aver tentato di far perdere le proprie tracce sottraendosi a un ordine di carcerazione per una condanna complessiva a otto anni per reati associativi legati agli stupefacenti, ma i carabinieri di Torre Annunziata, al termine di indagini e pedinamenti, riuscirono a rintracciarlo a Castellammare di Stabia.
Cugino di Giuseppe Gallo, conosciuto anche come “Peppe ‘o pazz” e capo indiscusso del clan e condannato a vent’anni di reclusione, Vangone al momento dell’arresto era considerato il reggente della cosca attiva nei territori di Boscotrecase e Boscoreale.
Al centro della vicenda anche un precedente intervento risalente all’ottobre 2021, tre anni dopo la sua scarcerazione per una lunga detenzione scontata in seguito a condanna per traffico di ingenti quantitativi di droga: in via Sepolcri 71, indicata come roccaforte del clan Gallo-Limelli-Vangone, i militari del commissariato di polizia di Stato di Torre Annunziata rinvennero oltre 100 grammi di cocaina e più di 100 munizioni per armi da sparo occultate sotto un terreno ritenuto in uso al presunto ras; nelle immediate adiacenze furono inoltre sequestrati circa 40 chilogrammi di canapa indiana.
A distanza di circa cinque anni dall’indagine coordinata dalla Procura oplontina e condotta dalla polizia di Stato, il Tribunale di Torre Annunziata ha assolto Michele Vangone, difeso dall’avvocato Francesco Salvi del Foro oplontino, accogliendo la linea difensiva secondo cui gli esiti investigativi non consentivano di attribuire con certezza il materiale illecito all’imputato, pur essendo stato trovato su un terreno nella disponibilità del suo nucleo familiare.
Per i giudici, la responsabilità non è risultata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio: da qui la formula assolutoria perché il fatto non è stato commesso. Una decisione che chiude il procedimento con il proscioglimento dell’imputato dalle accuse relative a droga e munizioni rinvenute nell’area indicata come roccaforte del clan.

