ESCLUSIVA M+ | Ucciso e fatto sparire, ecco come e perchè è stato ammazzato Carmine Zurlo
Carmine Zurlo, 29 anni, è stato ammazzato e fatto sparire perchè avrebbe trattenuto per sé una quota da 130mila euro su un’estorsione, comportandosi «male» con «quelli di Castellammare». Il suo omicidio sarebbe stato deciso dal clan Alfeltra-Di Martino, cosca egemone dei Monti Lattari. E all’esecuzione sarebbe stato presente anche suo zio, Francesco Di Martino, alias «zì Ciccio ‘e borraccione».
E’ questa l’ipotesi della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli sul delitto che si sarebbe consumato a Gragnano il 14 marzo del 2022. La svolta è arrivata lunedì pomeriggio quando i carabinieri della compagnia di Castellammare hanno arrestato il presunto esecutore materiale dell’omicidio del 29enne, Antonio Chierchia, 32 anni, alias «’o folletto», e colui che avrebbe attirato la vittima nella trappola mortale, Raffaele Scarfato, 32 anni, alias «’o borraccione».
I militari hanno consegnato ai due indagati, residenti a Pimonte, un’ordinanza di custodia cautelare a firma del gip del tribunale di Napoli Luca Rossetti. L’accusa è di omicidio aggravato dal metodo camorristico e occultamento di cadavere. Un provvedimento che vede indagato a piede libero anche Francesco Di Martino, 65 anni, zio di Carmine Zurlo.
Ci sono voluti quattro anni per risolvere il mistero dietro la scomparsa del giovane di Pimonte, che proprio per sfuggire ad eventuali ritorsioni era andato a vivere a Castellammare di Stabia, nella zona di Varano.
L’esecuzione del delitto
Quello che emerge dall’inchiesta – coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Cimmarotta (ora aggiunto a Nola) e dal maggiore della compagnia carabinieri di Castellammare, Giuseppe De Lisa – è che Zurlo non avesse mai abbandonato il suo passato delinquenziale e che addirittura avesse un ruolo di primissimo piano nelle gerarchie criminali dei Monti Lattari. In particolare, questa l’ipotesi dell’accusa, il 29enne era un fedelissimo del boss di Pimonte Raffaele Afeltra (zio dei due giovani arrestati). Zurlo era scomparso la mattina del 14 ottobre.
ANTONIO CHIERCHIA,32 anni, avrebbe sparato un colpo alla tempia a Zurlo in un terreno a Gragnano.

RAFFAELE SCARFATO, 32 anni, ha seguito Zurlo convincendolo a recarsi sul luogo del delitto

FRANCESCO DI MARTINO 65 anni, lo zio di Carmine Zurlo è indagato a piede libero per omicidio
Secondo la ricostruzione dell’Antimafia, quel giorno il ragazzo si sarebbe allontanato dalla storica residenza di famiglia a Pimonte a bordo della sua auto, una Renault Twingo nera. Zurlo aveva percorso la statale agerolina sino ad arrivare nella zona di Sigliano, a Gragnano, dove a quel punto avrebbe incontrato Raffaele Scarfato, suo amico sin dall’infanzia.
Il 32enne, secondo l’accusa, avrebbe seguito la vittima in ogni suo spostamento sino a trovare il luogo più congeniale per avvicinarlo. Con una scusa Scarfato avrebbe convinto Zurlo a seguirlo sino ad un terreno in via Sanzano a Gragnano, una proprietà riconducibile alla famiglia Di Martino. Ad attenderli c’era Antonio Chierchia, altro suo amico d’infanzia, e lo zio, Francesco Di Martino. Zurlo sarebbe sceso dall’auto e Chierchia, senza battere ciglio, gli avrebbe esploso un colpo di pistola alla tempia, senza lasciargli scampo.
Passate diverse ore, i familiari di Zurlo avevano iniziato a preoccuparsi della sua assenza. Anche perché il 29enne avrebbe dovuto andare a Salerno, a prendere la sua fidanzata all’università. Proprio Antonio Chierchia avrebbe provato a rassicurare la madre e la sorella, convincendole ad attendere prima di andare a denunciare la scomparsa dai carabinieri. Un escamotage quello adottato dal presunto killer, che sarebbe servito, secondo l’accusa, agli esecutori del delitto per far sparire il corpo di Zurlo. Corpo che ad oggi non è stato ritrovato. La denuncia alla fine arrivò il 16 marzo, due giorni dopo. I carabinieri avrebbero poi trovato l’auto di Zurlo nella zona di Varano, non lontano da casa sua, iniziando le ricerche del 29enne.
L’inchiesta
La svolta nell’inchiesta è arrivata in maniera inaspettata, dall’ascolto di un’intercettazione ambientale tra due pastori durante la quale è emersa l’esistenza di un testimone oculare del delitto. L’uomo, chiamato a testimoniare, ha sempre negato di conoscere le dinamiche dell’omicidio. Ma ad incastrare i sicari sono anche altre intercettazioni e alcune immagini delle telecamere di sorveglianza comunali che hanno ripreso Chierchia e Scarfato nei pressi del luogo del delitto. Per quanto riguarda Di Martino, il giudice non ha ritenuto sufficienti le prove raccolte anche se per la Dda è «presumibile la sua presenza sul luogo del delitto».
Il movente
E proprio su Di Martino che le indagini si sono concentrate sin dal primo momento. Da quello che emerge dall’inchiesta, il rapporto tra zio e nipote negli anni precedenti alla scomparsa di Zurlo si sarebbe via via incrinato. A partire dal 2018, quando a Pimonte era stato ucciso Filippo Sabatino, autista di Di Martino, da poco uscito di prigione dopo aver scontato una lunga condanna. Carmine Zurlo, figlio di Giovanni (ucciso nel 1995, latitante, in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine), aveva un precedente per rapina e nel corso degli anni avrebbe guadagnato sempre più «punti» nel mondo della criminalità organizzata dei Monti Lattari assumendo nel corso degli anni quella che assomiglia alla funzione di cassiere del clan Afeltra-Di Martino.
In casa, da quello che emerge dall’inchiesta, nascondeva grosse cifre di denaro in contante. La decisione della sua morte sarebbe arrivata a seguito dalle pressioni di un clan di Castellammare sui Di Martino, in merito ad una quota estorsiva da incassare di 130mila euro. Secondo l’Antimafia, per far sì che gli equilibri criminali non si incrinassero Zurlo sarebbe stato ucciso dai suoi amici più cari. Su ordine di su zio.
La lupara bianca, la punizione esemplare dei boss
Carmine Zurlo, Raffaele Carolei e Carmine Cesarano. Tre omicidi, maturati in contesti diversi, ma che hanno un elemento comune. Tutti sono vittime di «Lupara bianca», la punizione esemplare dei boss contro chi infrange le regole delle organizzazioni criminali. La lupara bianca è un’espressione legata alla criminalità mafiosa, soprattutto in Sicilia. Indica un omicidio in cui il corpo della vittima viene fatto sparire, così da non lasciare prove materiali del delitto.
Il termine “lupara” richiama il fucile a canne mozze tradizionalmente associato ai contesti rurali siciliani, mentre “bianca” allude all’assenza del cadavere: senza corpo non c’è funerale, non c’è scena del crimine, e spesso nemmeno un processo con prove certe. Questa pratica è stata usata da organizzazioni come Cosa Nostra per punire traditori, rivali o persone scomode, ma anche per lanciare un messaggio di controllo e terrore sul territorio. La sparizione totale della vittima amplifica infatti l’angoscia dei familiari e rafforza l’omertà.
Negli anni delle guerre di mafia tra i clan, soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta, diversi casi di “lupara bianca” hanno segnato la cronaca italiana. Oggi il termine è entrato nel linguaggio comune per indicare qualsiasi sparizione forzata legata alla criminalità organizzata. Una pratica che viene utilizzata anche dai narcos dei monti Lattari e anche dal clan D’Alessandro. E’ il caso del delitto Carolei, ucciso e fatto sparire nel 2012. Gli esecutori materiali del delitto- Gaetano Vitale, Giovanni Savarese, e i collaboratori di giustizia Pasquale e Catello Rapicano- sono stati condannati nel 2025. Ancora irrisolto il delitto di Carmine Cesarano, pusher scomparso nel 2010.

