Sanità ostaggio della Camorra: il “Sistema” dell’ospedale San Giovanni Bosco
CAMORRA
25 febbraio 2026
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Sanità ostaggio della Camorra: il “Sistema” dell’ospedale San Giovanni Bosco

Colpo al clan Contini: 4 arresti tra affiliati e professionisti. Dall’egemonia sui bar alle truffe assicurative, ecco come l’Alleanza di Secondigliano controllava il nosocomio.
Carlo Cafiero

L’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli non era un presidio sanitario, ma un feudo privato del clan Contini. L’ultima operazione di Guardia di Finanza e Carabinieri ha portato a quattro misure cautelari che descrivono uno scenario surreale: una struttura pubblica letteralmente “espropriata” dall’Alleanza di Secondigliano.

Al centro del blitz, tre affiliati e un avvocato, accusati di aver trasformato le corsie in un ufficio operativo per estorsioni, riciclaggio e truffe.
​Secondo le indagini, nate dalle soffiate di un collaboratore di giustizia, il clan gestiva militarmente ogni buco nell’ospedale. I bar, le buvette e persino i distributori di merendine erano sotto il loro controllo totale, senza autorizzazioni, senza pagare l’affitto all’Asl e, come tocco finale, allacciandosi abusivamente alle utenze elettriche della struttura.

Chiunque provasse a opporsi, dai dirigenti ai dipendenti delle ditte esterne, veniva piegato con minacce e violenza.
​Ma il vero salto di qualità era il controllo delle prestazioni mediche. Grazie a medici e infermieri compiacenti, gli uomini del clan entravano e uscivano dai reparti a loro piacimento, ottenendo ricoveri lampo che saltavano ogni lista d’attesa e certificati medici taroccati per far uscire i boss dal carcere. Persino le ambulanze venivano usate per trasportare illegalmente le salme, scippando il lavoro alle ditte funebri autorizzate.

​In questo quadro di degrado spunta la figura dell’avvocato, l’anello di congiunzione tra il crimine di strada e i colletti bianchi. L’accusa per lui è di concorso esterno: non si limitava a difendere, ma portava messaggi ai carcerati, gestiva le “mesate” per le famiglie degli affiliati e puliva i soldi sporchi. Era lui, secondo gli inquirenti, a consigliare come reinvestire il bottino delle truffe assicurative — create a tavolino con falsi incidenti e perizie mendaci — comprando case di lusso, auto e quadri d’autore. Un sistema perfetto, dove l’ospedale forniva la materia prima per le truffe e il clan garantiva l’impunità con la forza dell’intimidazione.