Inchiesta sul Monaldi di Napoli. I tentativi di rianimazione dell’organo, l’autopsia e la fuga dei pazienti
LA MORTE DI DOMENICO
26 febbraio 2026
LA MORTE DI DOMENICO

Inchiesta sul Monaldi di Napoli. I tentativi di rianimazione dell’organo, l’autopsia e la fuga dei pazienti

L’inchiesta sulla morte del bambino di Nola si allarga: riflettori puntati sulla catena del freddo a Bolzano e sulle manovre disperate in sala operatoria: sette indagati per omicidio colposo
Andrea Ripa

La tragedia del piccolo Domenico, il bambino di Nola spentosi sabato scorso all’ospedale Monaldi di Napoli dopo due mesi di agonia, si arricchisce oggi di dettagli inquietanti che sembrano usciti da un incubo procedurale. Al centro dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli non c’è solo il tragico epilogo clinico, ma una catena di errori che avrebbe trasformato un viaggio della speranza in una sentenza di morte già durante il tragitto tra Bolzano e la Campania.

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Le notizie che filtrano dagli ambienti giudiziari in queste ore delineano uno scenario surreale: un cuore destinato a un trapianto salvavita che giunge a destinazione non solo freddo, ma letteralmente “congelato”, vittima di una gestione della catena del freddo che appare, allo stato degli atti, del tutto scriteriata.

L’attenzione degli inquirenti e degli ispettori inviati d’urgenza dal Ministero della Salute è focalizzata in queste ore sull’ospedale San Maurizio di Bolzano. È lì che l’organo è stato prelevato ed è lì che qualcosa è andato drammaticamente storto nella preparazione del box per il trasporto. Secondo quanto ricostruito, per mantenere la bassa temperatura necessaria alla conservazione del cuore, sarebbe stato utilizzato del ghiaccio secco.

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Si tratta di anidride carbonica allo stato solido che raggiunge la temperatura estrema di circa -78,5°C, una condizione termica assolutamente incompatibile con la conservazione di tessuti biologici viventi, che invece richiedono una temperatura costante tra i 2 e i 4 gradi centigradi, garantita solitamente da ghiaccio sintetico o soluzioni termostatiche specifiche. L’uso del ghiaccio secco avrebbe provocato quella che i tecnici definiscono una “carbonizzazione da gelo”, rendendo l’organo rigido e necrotizzato ancor prima di toccare il suolo napoletano.

Il racconto di ciò che è accaduto all’arrivo dell’equipe al Monaldi apre un capitolo ancora più oscuro. Una volta aperto quello che è stato descritto come un comune box frigo per alimenti, i medici e gli infermieri si sarebbero trovati davanti a un organo simile a un ghiacciolo. In quel momento, nel silenzio teso della sala operatoria dove Domenico era già stato preparato con il torace aperto, sarebbe scattata la disperazione.

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Le testimonianze raccolte riferiscono di manovre concitate e tentativi di “scongelamento rapido” effettuati dal personale sanitario nel tentativo estremo di ridare elasticità ai tessuti marmorei del cuore. L’utilizzo di soluzioni tiepide e manovre manuali per forzare la ripresa di un organo strutturalmente compromesso dal gelo rappresenta uno dei punti cardine su cui la Procura di Napoli intende fare piena luce. La domanda a cui i periti dovranno rispondere è atroce nella sua semplicità: perché, nonostante l’evidente stato di congelamento dell’organo, si è deciso comunque di procedere al trapianto?

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La linea difensiva di alcuni sanitari coinvolti poggia sul concetto di “stato di necessità”. Con il piccolo paziente già in circolazione extracorporea e in condizioni di estrema fragilità, l’equipe si sarebbe trovata di fronte a un bivio drammatico: tentare l’impossibile con l’unico organo disponibile o rassegnarsi a una morte certa sul tavolo operatorio.

 

Tuttavia, per l’accusa, procedere con un organo necrotizzato avrebbe violato ogni protocollo di sicurezza nazionale sui trapianti, condannando di fatto il bambino a due mesi di atroci sofferenze attaccato ai macchinari dell’Ecmo, senza alcuna reale possibilità di recupero. In questo contesto, la posizione degli infermieri e dei tecnici è al vaglio con estrema attenzione: si cerca di capire chi abbia materialmente inserito il ghiaccio secco a Bolzano e chi, a Napoli, non abbia sollevato un allarme formale che potesse bloccare una procedura ormai compromessa.

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Mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue con l’analisi dei cellulari sequestrati ai sette indagati per omicidio colposo — un atto necessario per ricostruire le comunicazioni interne durante le ore critiche del trasporto — la comunità di Nola si stringe attorno alla famiglia in attesa dell’ultimo saluto. La salma di Domenico resta sequestrata per l’esame autoptico, che rappresenterà il passaggio fondamentale per l’incidente probatorio.

 

Se i tempi tecnici lo permetteranno, i funerali si terranno nella Cattedrale di Nola tra il pomeriggio di oggi e la giornata di domani. Sarà un momento di dolore immenso, ma anche di impegno civile: la madre di Domenico, Patrizia Mercolino, ha già annunciato la nascita di una fondazione intitolata al figlio. L’obiettivo è chiaro e nobile: trasformare una tragedia individuale in una battaglia collettiva affinché nessun altro bambino debba morire a causa di un box frigo sbagliato o di una manovra di scongelamento improvvisata in una sala operatoria.

 

Il clima all’interno dell’ospedale Monaldi resta intanto pesantissimo. Sebbene la struttura sia un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale per la cardiochirurgia pediatrica, l’ombra di questo caso sta provocando una tensione mediatica senza precedenti.

 

La dirigenza ha espresso profondo cordoglio e fiducia totale nella magistratura, ma tra il personale serpeggia la paura di essere diventati il capro espiatorio di un errore sistemico che parte da centinaia di chilometri di distanza. Saranno i magistrati, con il supporto degli ispettori ministeriali, a stabilire se quel cuore congelato sia stato l’esito di una tragica fatalità o di una catena di negligenze imperdonabili che hanno spezzato la vita di Domenico.