FOCUS | Il Golfo di Napoli che ospiterà l’America’s Cup tra i relitti, coralli e tesori da preservare
MEMORIE SOMMERSE
27 febbraio 2026
MEMORIE SOMMERSE

FOCUS | Il Golfo di Napoli che ospiterà l’America’s Cup tra i relitti, coralli e tesori da preservare

Il mare ha deciso di perdonare la storia degli uomini. I relitti della Seconda Guerra mondiale sono diventati pilastri su cui fiorisce la vita
Asia Schettino

L’immagine di Napoli che tutto il mondo ammira è fatta di luce, di riflessi azzurri e della maestosità del Vesuvio che bacia il mare. Eppure, esiste un’altra Napoli, invisibile e silenziosa, nascosta sotto il profilo incantato delle sue isole e delle scogliere. È una città rovesciata, un mondo fatto di ferro arrugginito e storie interrotte, dove il tempo ha trasformato oggetti di morte in reliquie cariche di memoria. È la Napoli sommersa della Seconda Guerra Mondiale, un museo subacqueo naturale dove giacciono navi, aerei e mezzi da sbarco, testimoni muti del più grande conflitto del ‘900.

Il Golfo, scenario di turismo spensierato e bellezza mozzafiato, prossimo teatro della prossima America’s Cup, fu tra il 1940 e il 1944 uno snodo strategico fondamentale nel Mediterraneo. Porto vitale per i rifornimenti delle truppe dell’Asse dirette in Nord Africa e, successivamente, punto d’approdo cruciale per le forze Alleate dopo lo sbarco di Salerno, la città visse il conflitto in prima linea. Le sue acque furono segnate da bombardamenti aerei incessanti e operazioni di sabotaggio.

 

Tragedia della Caterina Costa
Tra tutte le storie che i fondali del Golfo custodiscono, quella della SS Caterina Costa è senza dubbio la più tragica e impressionante. Era il 28 marzo 1943. La grande nave da carico italiana, un gigante lungo oltre 140 metri, era ormeggiata nel porto di Napoli, carica fino all’inverosimile. Nelle sue stive erano stipate tonnellate di munizioni, esplosivi, carburante e materiale bellico pesante destinato al fronte tunisino.

Un incendio a bordo scatenò un’esplosione di proporzioni apocalittiche. Il boato fu così potente da devastare l’intera area portuale e scagliare frammenti incandescenti della nave fino a tre chilometri di distanza, colpendo edifici e cittadini ignari. Oltre 600 persone persero la vita in quell’inferno di fiamme e detriti, tra cui l’ammiraglio Lorenzo Gasparri. Oggi, i resti della Caterina Costa giacciono ancora lì, sotto il limo del porto, trasformati in un relitto-sacrario che conserva il ricordo di una delle giornate più nere nella storia di Napoli.

 

Le sentinelle d’acciaio
Spostandosi verso le coste occidentali del golfo, lo scenario cambia ma la narrazione resta altrettanto potente. I fondali bassi che circondano l’isolotto di Nisida e il promontorio di Capo Miseno raccontano un capitolo fatto di difese costiere e piccoli mezzi d’assalto. Qui, a pochi metri dalla superficie, giacciono torrette corazzate e barche da sbarco abbandonate nel caos della ritirata o dell’avanzata militare.

A largo di Nisida, ad appena venti metri di profondità, i sommozzatori possono imbattersi in un reperto di particolare suggestione: una torretta antiaerea con il cannone ancora puntato verso l’alto. La vegetazione marina, fatta di alghe e incrostazioni, ha avvolto il metallo, ma la sagoma resta inconfondibile, quasi come se l’arma fosse ancora in attesa di un nemico che non varcherà più quell’orizzonte.

 

I giganti del cielo negli abissi
Napoli non fu colpita solo via mare. Il cielo sopra il Golfo fu teatro di duelli aerei quotidiani e piogge di bombe che hanno lasciato ferite profonde nel tessuto urbano. Molte missioni, tuttavia, si conclusero con velivoli abbattuti che sprofondarono nell’oscurità delle acque profonde. Uno dei relitti più celebri è quello di un Junkers Ju 88, il bombardiere multiruolo tedesco, abbattuto durante le prime fasi concitate dello sbarco alleato a Salerno nel settembre ‘43.

Scoperto anni fa da un gruppo di esperti subacquei, l’aereo giace in assetto di volo su un fondale fangoso. Sebbene la corrosione elettrolitica abbia intaccato le superfici alari, la fusoliera racconta ancora del pilota che la guidava e della missione disperata in cui era impegnato. Questi “uccelli di ferro” sommersi sono tra i relitti più difficili da individuare, spesso protetti da profondità che li rendono accessibili solo a professionisti, conservando così intatta la loro aura di tragica dignità.

 

Il rischio bellico sommerso
Esplorare la Napoli sommersa non è però privo di rischi. Molti di questi relitti sono carichi di insidie che il tempo non ha neutralizzato. Le navi militari trasportavano spesso ordigni che, pur dopo ottant’anni di immersione, possono risultare estremamente instabili a causa del deterioramento degli involucri. Esiste poi il rischio ambientale: i serbatoi, corrosi dal sale, potrebbero ancora contenere residui di nafta e idrocarburi pronti a riversarsi nell’ecosistema in caso di cedimenti strutturali improvvisi. Per questo motivo, molte aree sono considerate “ambienti a rischio bellico” e soggette a stretti divieti di immersione o vincoli di tutela speciale per garantire la sicurezza dei cittadini e la salute del mare.

 

Il miracolo della natura
Il mare, con la sua inarrestabile forza vitale, ha deciso di perdonare la storia degli uomini. Quei relitti, un tempo simboli di distruzione, sono diventati oggi il pilastro su cui fiorisce la vita. Coralli, anemoni, pesci di scoglio e crostacei hanno colonizzato i motori e le stive, trasformando le carcasse belliche in barriere artificiali rigogliose di biodiversità.
Le ferite aperte dai siluri sono diventate rifugi per le cernie; i ponti di comando sono oggi giardini subacquei dove la natura ha riscritto il finale delle nostre storie più crudeli. Ciò che fu progettato per distruggere oggi protegge. È un messaggio potente: la vita trova sempre un modo per fiorire anche tra le macerie.

 

La rinascita dei coralli in profondità

Recenti esplorazioni sottomarine hanno rivelato che i fondali del Golfo di Napoli custodiscono rigogliose colonie di corallo bianco profondo (Madrepora oculata e Lophelia). Questi giardini del buio, situati a profondità che superano i 200 metri, sono stati individuati in aree inesplorate, come le scarpate tra Capri e Ischia. A differenza del corallo rosso, queste formazioni sono ecosistemi sentinella. La loro presenza è un indicatore di una straordinaria qualità delle correnti profonde e funge da santuario per la riproduzione di specie ittiche pregiate. Proteggere questi tesori significa tutelare il futuro.

 

La memoria come bussola
Esistono mappe digitali e itinerari guidati che permettono di toccare con mano questi testimoni silenziosi. Ma più delle mappe, serve una coscienza civile. Questi relitti non sono semplici ammassi di ferro, sono moniti sommersi che ci ricordano il costo della libertà e della pace.