La storia del neonato del Vesuviano senza identità, nessuno lo ha registato all’Anagrafe
Un neonato rimasto “invisibile” per quasi un mese agli occhi dello Stato. Non perché abbandonato o in pericolo, ma per una scelta della madre che voleva garantire al figlio il cognome del padre, detenuto in carcere. Una decisione che però è costata alla donna una denuncia per soppressione di stato.La vicenda arriva da Massa di Somma, dove i carabinieri hanno denunciato una donna di 38 anni residente a Marano di Napoli. Tutto parte alla fine di gennaio, quando la donna dà alla luce un bambino. Le settimane passano e si arriva alla fine di febbraio, quando emergono alcune anomalie nei documenti. La collaborazione tra personale sanitario e carabinieri fa scattare un controllo incrociato negli archivi dell’anagrafe.
Dai registri comunali la donna risulta ancora ufficialmente “nubile e senza prole”. Un dettaglio che insospettisce gli investigatori e fa scattare gli accertamenti. I militari della stazione dei carabinieri di San Sebastiano al Vesuvio si recano così nell’abitazione della donna temendo il peggio. Il timore è che possa esserci stato un tentativo di occultare la nascita o che il neonato possa trovarsi in condizioni di rischio.
Ma la scena che si presenta agli occhi dei carabinieri è ben diversa: mamma e bambino sono in casa e stanno bene. Il piccolo è accudito e non ci sono segnali di criticità. La spiegazione arriva subito.La donna racconta ai militari di aver ritardato la dichiarazione di nascita per un motivo preciso: voleva che il figlio portasse il cognome del padre. Il compagno, però, si trova detenuto nel carcere di Secondigliano. Quando la 38enne si era recata negli uffici comunali per registrare la nascita, aveva scoperto che, non essendo sposata con il compagno, il riconoscimento del bambino avrebbe richiesto la presenza di entrambi i genitori. In alternativa, sarebbe stato necessario un permesso speciale per consentire al padre detenuto di formalizzare il riconoscimento.
Secondo quanto raccontato dalla donna, dagli uffici comunali le sarebbe stato spiegato che la procedura poteva richiedere tempo. A quel punto la 38enne decide di attendere.Il padre del bambino, classe 1991, dovrebbe infatti uscire dal carcere il prossimo 27 marzo. L’idea della donna era semplice: aspettare la scarcerazione per presentarsi insieme al compagno in Comune e permettere al neonato di avere immediatamente il cognome paterno. Una scelta dettata dal desiderio di riconoscere ufficialmente il legame familiare, ma che nel frattempo ha fatto scattare l’intervento delle forze dell’ordine e la conseguente denuncia.
Cosa dice la legge – La normativa italiana stabilisce regole precise per la registrazione di una nascita. La dichiarazione deve essere resa entro dieci giorni dalla nascita presso l’ufficio di stato civile del Comune in cui è avvenuto il parto oppure entro tre giorni direttamente presso la direzione sanitaria dell’ospedale. Nel caso di genitori non sposati, il bambino può essere riconosciuto da entrambi i genitori oppure da uno solo di essi. Se il riconoscimento avviene da parte di entrambi, è necessaria la presenza di madre e padre al momento della dichiarazione. Quando la nascita non viene registrata nei tempi previsti, può configurarsi il reato di soppressione di stato, previsto dal codice penale per i casi in cui l’identità giuridica di un neonato non venga formalmente dichiarata all’autorità competente. Nonostante la denuncia, la vicenda sembra destinata a concludersi senza ulteriori conseguenze gravi. Nei prossimi giorni, infatti, il piccolo potrà essere finalmente registrato all’anagrafe e ottenere il cognome del padre, chiudendo una storia nata da un ritardo burocratico ma motivata dal desiderio di riconoscere pienamente l’identità familiare del bambino.

