Giustizia lumaca, cambiano i giudici: il processo è da rifare, la prescrizione salva i pusher del clan D’Alessandro
PROCEDSO
1 marzo 2026
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Giustizia lumaca, cambiano i giudici: il processo è da rifare, la prescrizione salva i pusher del clan D’Alessandro

Cambiano i giudici e i testimoni dovranno essere riascoltati. Al procedimento mancava solo la sentenza, attesa dal 2018
Michele De Feo

Finiti nei guai nel 2018 nell’ambito dell’inchiesta Domino che smantellò il clan D’Alessandro di Castellammare, dopo sei anni il processo a carico di 5 imputati accusati di essere dei pusher al servizio della cosca con roccaforte nel rione di Scanzano è ora praticamente tutto da rifare.

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Era un procedimento – che si sta tenendo al tribunale di Torre Annunziata –  praticamente concluso perché mancava da pronunciare solo la sentenza. Anche il collegio difensivo (Antonio de Martino, Renato D’Antuono, Mariano Morelli e Giuliano Sorrentino e Gennaro Somma) aveva chiuso le proprie arringhe. Ma per un cambio dei giudici il procedimento ha avuto una battuta d’arresto a dir poco pesante. All’ultima udienza che si è tenuta venerdì il nuovo collegio giudicante ha accolto l’istanza della difesa degli imputati affinché rivengano risentiti in aula i principali testimoni dell’accusa. Una scelta che di fatti allunga vertiginosamente i tempi per arrivare alla sentenza di primo grado.

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La conseguenza è che per alcuni posizioni a carico degli imputati accusati di spaccio quei reati possano finire in prescrizione. Alla requisitoria l’Antimafia chiese dodici anni a testa per Anna Gargiulo, Giovanni di Dio Esposito, Fausto Esposito, e quattro a testa per Aldo de Martino e Fortunato Vitale.
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Quarantaquattro anni di cella in tutto per i corrieri della droga al servizio del clan D’Alessandro. I cinque imputati sono accusati a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di droga e detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Reati aggravati dal metodo mafioso poiché, secondo l’accusa, avrebbero agito per conto del clan D’Alessandro, la cosca con roccaforte a Scanzano egemone da mezzo secolo sul territorio di Castellammare.

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I fatti contestati ai cinque imputati rientrano nella maxi inchiesta «Domino» condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata e che ha fatto luce sulle dinamiche del clan D’Alessandro tra il 2016 e il 2018. Un’indagine che ha già portato a condanne pesantissime per affiliati di spicco della cosca di Scanzano come Sergio Mosca, Antonio Rossetti e Nino Spagnuolo, mentre il procedimento che sta andando ancora avanti in primo grado è carico degli imputati a piede libero. Secondo la ricostruzione dell’accusa Sergio Mosca aveva preso in mano il business del traffico di stupefacenti e aveva deciso di affidarsi Nino Spagnuolo e a Francesco Delle Donne per la fornitura della droga.

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Sotto di loro però c’era un numero vastissimo di persone che partecipavano alla vendita al dettaglio, nelle varie piazze, delle sostanze che venivano messe a disposizione dai D’Alessandro. Proprio in questo scenario rientrano le posizioni di Aldo De Martino, Fausto Esposito, Giovanni di Dio Esposito, Anna Gargiulo e Fortunato Vitale. La requisitoria dell’Antimafia però è stata anche l’occasione per definire la cornice dentro la quale si muovono personaggi minori, spesso raccogliendo anche pochi spiccioli rispetto ai grandi numeri che fanno registrare le organizzazioni criminali.

 

Per i collaboratori di giustizia infatti si tratta di un affare da circa mezzo milione di euro al mese, che – almeno per quanto riguarda il periodo delle indagini 2016/2018 – vede la cosca di Scanzano vestire il doppio ruolo del fornitore in regime di  monopolio che poi incassa anche una percentuale sulle vendite. In questa cornice si muovono pusher, vedette, custodi dello stupefacente, confezionatori o magari persone che partecipano alle staffette per spostare la droga da un posto all’altro. Una vera e propria catena di montaggio di  un affare che ha visto per anni la regia del clan più potente del territorio.