Crollo sulle Rampe, prescritto l'omicidio colposo. Il sindaco di Torre Annunziata: «Una beffa»
«La prescrizione del reato di omicidio colposo è una beffa». Così, il sindaco di Torre Annunziata, Corrado Cuccurullo, commenta la…
La verità processuale ha accertato le colpe, ma la giustizia non potrà più punirle. Sono trascorsi troppi anni: l’omicidio colposo non può essere più contestato agli imputati. E’ la triste realtà di una giustizia lumaca. Una dolorosa beffa per le famiglie delle vittime della tragedia delle Rampe Nunziante a Torre Annunziata. Il verdetto emesso dalla Corte di Cassazione arrivato nella notte è il definitivo naufragio delle aspettative di giustizia per la strage del 7 luglio del 2017.
Mentre la città e i familiari delle otto persone decedute nel crollo attendevano una parola definitiva che confermasse la responsabilità penale e la conseguente carcerazione dei colpevoli, la Suprema Corte ha dovuto alzare bandiera bianca di di fronte alle procedure fredde della legge. Il risultato è una sentenza che gela il sangue quanto quel boato che polverizzò la palazzina affacciata sul mare che ingoiò la vita di otto persone, tra cui due bambini.
Crollo sulle Rampe, prescritto l'omicidio colposo. Il sindaco di Torre Annunziata: «Una beffa»
«La prescrizione del reato di omicidio colposo è una beffa». Così, il sindaco di Torre Annunziata, Corrado Cuccurullo, commenta la…
L’omicidio colposo si è prescritto dopo sette anni e mezzo. Praticamente tra la sentenza di secondo grado e il giudizio in Cassazione. Dunque, il reato è decaduto. Nessuno ne risponderà mai più. Resta in piedi solo l’accusa di crollo ma le pene che saranno ricalcolate nei prossimi mesi saranno dimezzate rispetto a quelle sancite dalla sentenza di secondo grado. E ovviamente, nessuno andrà più in carcere.
La battaglia nelle aule di Piazza Cavour si è consumata interamente sul terreno scivoloso dell’ammissibilità o meno dei ricorsi delle difese. Non si è discusso quindi del merito della vicenda, non si è tornati a parlare dei pilastri tranciati o di quei lavori di ristrutturazione sconsiderati che, come accertato nei primi due gradi di giudizio, furono l’innesco della tragedia. I giudici si sono dovuti esprimere solo su una questione tecnica-procedurale.
Ritenendo ammissibili i ricorsi delle difese, la Corte ha di fatto dato un colpo di spugna al processo. Se avesse giudicato inammissibili i ricorsi avrebbe di fatto confermato la sentenza di appello e per i cinque imputati — Massimiliano Bonzani, Pasquale Cosenza, Roberto Cuomo, Aniello Manzo e Gerardo Velotto — si sarebbero spalancate le porte del carcere già nella notte.
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Il paradosso è tutto racchiuso nel passaggio tra la mezzanotte di ieri e l’alba di oggi. Fino a poche ore fa, gli imputati vivevano l’incubo concreto della cella, una prospettiva legata a condanne pesanti che in Appello erano state calibrate sulla base dell’omicidio colposo plurimo. Questa fattispecie permetteva ai giudici di moltiplicare la pena in considerazione delle otto vite spezzate, tra cui quelle dei piccoli Salvatore e Francesca Guida.
Con la prescrizione, questo pilastro dell’accusa svanisce nel nulla. Resta in piedi soltanto il reato di crollo colposo, un’imputazione che prevede pene sensibilmente più lievi, con un tetto massimo di cinque anni. E ovviamente, risarcimenti in sede civile molto più lievi. Questo significa che, nel nuovo passaggio in Corte d’Appello disposto dalla Cassazione, le condanne verranno praticamente dimezzate.
La conseguenza sociale e morale è devastante: per il crollo della palazzina e per la morte di otto persone, nessuno andrà mai più in carcere. Le pene ricalcolate, depurate del carico dell’omicidio colposo, scenderanno sotto soglie che, tra benefici di legge e misure alternative, rendono la detenzione un’ipotesi ormai esclusa.
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La giustizia penale ammette implicitamente la propria sconfitta di fronte al cronometro, lasciando che il trascorrere degli anni cancelli la punizione per la perdita di vite umane. Per lo Stato, dopo quasi nove anni, la morte di Giacomo Cuccurullo, di sua moglie Adele, del figlio Marco, di Giuseppina Aprea e dell’intera famiglia Guida non è più un fatto punibile con la reclusione.
Alle famiglie delle vittime, rimaste orfane della risposta sanzionatoria che s’aspettavano, non resta ora che l’ultima e faticosa trincea della sede civile. Anche se non ci sarà una condanna per omicidio colposo sulla quale calcolare rapidamente il risarcimento. Sarà quella civile, dunque, la sede per tentare di ottenere il riconoscimento del danno. Ma sarà una battaglia lunga, costosa e logorante, che potrà durare anni.
In ogni caso, il risarcimento economico non potrà mai colmare il vuoto lasciato da un sistema che ha permesso ai responsabili di scampare alla cella per un cavillo temporale. Torre Annunziata resta a guardare quelle macerie ideali, consapevole che la verità processuale ha accertato le colpe, ma la giustizia ha rinunciato a punirle, trasformando una tragedia in un freddo conteggio di giorni e termini scaduti.