Dalla pietra alla juta: Vincenzo Empireo, il pittore che scolpisce la memoria
È raro incontrare uomini che camminano nel presente portando sulle spalle, con la leggerezza dei giusti, il peso e la gloria di un passato che ancora sa insegnare e parlarci.
Accade entrando nel laboratorio di Vincenzo Empireo, classe 1948, un’anima sospesa tra la natìa Boscoreale e la sacralità di Pompei.
Raccontare la sua storia è un’esperienza d’ascesi. In un’epoca dominata dall’eccentricità esasperata, lui appare come un faro di pacatezza, un uomo d’altri tempi che usa il pennello per sussurrare verità eterne sulla iuta grezza.
Lo ascolti, sembra di sentire il profumo dei cortili, la fatica degli scalpellini, il sapore di una trama ruvida intrisa di vita vissuta. Ti perdi continuamente sul confine sottile lungo il quale l’uomo finisce e l’artista comincia.
Le sue opere attraversano il dopoguerra, l’era industriale, la contemporaneità, restano fedeli a un unico, inscalfibile principio: la plasticità delle figure.
Entrare nel suo atelier è come varcare la soglia di una dimensione atemporale, dove l’odore dei pigmenti si mescola alla memoria di una stirpe di costruttori.
Vincenzo non è solo un pittore; è un demiurgo pacato che, con dolcezza continua a incidere il suo segno sulla tela invisibile della memoria.
Forse, il suo destino è stato scritto molto prima che impugnasse un pennello. Nel nome di suo padre, Contento, un uomo del 1911 che portava con sé la sapienza antica degli scalpellini di Boscoreale.
In quegli anni, la città era la culla di un’arte conosciuta in tutto il mondo. Gli scalpellini lavoravano la pietra, erano architetti del paesaggio, capaci di domare la lava del Vesuvio e trasformarla in cattedrali e piazze. Molti furono chiamati da Bartolo Longo per l’impresa titanica della costruzione del Santuario della Madonna del Rosario di Pompei.
«Il mio studio è stato il cortile di casa», racconta Vincenzo con uno sguardo che sembra ripercorrere i decenni. «Avevo sei anni e mio padre teneva lì le grandi lastre di marmo e di pietra lavica. Io giocavo con la materia. Prendevo pezzi di gesso e le dipingevo, oppure cercavo di inciderle con gli attrezzi che trovavo in giro».
Era una chiamata. «Sentivo che la bellezza doveva emergere dalla durezza. Quella fatica di mio padre, quel suo curvarsi sulla pietra per renderla immortale, è diventata la mia religione».
In quegli anni di fanciullezza, Vincenzo assorbe la lezione della forma plastica: il mondo non è fatto di linee, ma di volumi, di ombre che scavano la luce e di pieni che lottano contro il vuoto. Sarà la sua strada maestra.
Si forma presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli nella sezione decorativo-plastica. Le esperienze sedimentano in lui una tecnica rigorosa, che esplode in una libertà espressiva assoluta a partire dal 1965, anno della sua partecipazione alla Biennale Nazionale di pittura “Modigliani” a Boscoreale.
Tuttavia, è nel momento della necessità che nasce la sua vera rivoluzione estetica.
«Quando ho cominciato, la penuria di mezzi era totale. Non c’era la possibilità di comprare tele o supporti pregiati. Andavo nelle botteghe, chiedevo i sacchi di iuta che venivano usati per i fagioli. Erano grezzi, duri, talvolta sporchi di terra».
E’ lì che Vincenzo scopre il suo linguaggio.
«Ancora oggi preferisco la iuta a trama larga», dice. «Perché il colore, quando incontra quella fibra così ruvida, si frantuma. Non si stende in modo piatto, ma si rompe in mille schegge di luce. Questo accentua l’effetto plastico, trasforma la pittura in quella che io chiamo scultura su tela».
Questa scelta è una dichiarazione d’amore per la semplicità: nobilitare un sacco di fagioli e trasformarlo in un’opera monumentale è il massimo atto di ribellione di un artista contro il consumismo.
La pittura di Empireo vive di scene di vita quotidiana che appaiono come visioni di un paradiso perduto. Non c’è sentimentalismo stucchevole, emerge da ogni opera la verità della storia. Non a caso gli sprazzi di memoria si materializzano sulla tela.
«Voglio che i giovani capiscano cosa abbiamo perso», dice Vincenzo. «Oggi i cortili sono vuoti, regna un silenzio che mi spaventa. Noi eravamo più poveri, non avevamo nulla, ma eravamo più felici. C’era la vita, c’era l’incontro, c’era il rumore della gioia. Dipingere quei ragazzi, tra i quali ci sono anche io, non è nostalgia, è un messaggio attuale: la felicità sta nel contatto umano, non negli oggetti che possediamo».
In questo scenario si inserisce la figura della donna, ritratta come colonna portante della società: donne che arano la terra, che animano i cortili, oppure sua madre, china sulla macchina da cucire, in un gesto che ricorda le Parche che filano il destino. È un mondo di fatiche silenziose, di grande dignità.
Uno dei vertici emotivi della sua produzione è il monumentale omaggio agli scalpellini, esposto presso la sala consiliare del Comune di Boscoreale. È un quadro tragico, malinconico, dove la pennellata si fa pesante come la roccia.
Il racconto del lavoro è una costante della sua produzione. Dalla lavorazione della pietra alla lavorazione del ferro. Il destino di suo padre, che da scalpellino finì prima nella vecchia Ferriera di Torre Annunziata (Deriver) e poi nei capannoni dell’Italsider di Bagnoli, oggi al centro di riqualificazioni industriali e un tempo cuori pulsanti e feroci della provincia napoletana.
«Ricordo quando accompagnavo papà sui pullman che portavano gli operai a Bagnoli», racconta Vincenzo. Indica un quadro. Ci sono uomini dipinti con la fatica sul volto mentre tornano dalle loro famiglie.
«In quegli autobus si respirava un’aria densa, sapeva di ferro, di grasso, di materiali che oggi sappiamo essere stati tossici. Ho dipinto quegli operai: uomini segnati dal dolore, dalla fatica estrema, che tornavano a casa in silenzio, senza garanzie, senza sicurezza, con la pelle impregnata di quel mondo industriale. Quella era la vita vissuta, e io non potevo non ritrarla. È il mio modo di onorare chi ha costruito l’Italia senza mai finire sui libri di storia».
La vita di Empireo è costellata di tappe che sembrano uscite da un romanzo neorealista. Ha lavorato a Milano, impastando la gomma che sarebbe diventata il mitico pallone “Supersantos”, il sogno di ogni bambino di cortile. Ha lavorato per la Ferrero, poi ha costruito una carriera amministrativa presso l’Istituto «Della Corte» di Pompei, ma la pittura è sempre stata la sua costante, il suo pane quotidiano. L’ha divorato con il sostegno di sua moglie Carolina.
L’ha sposata nel 1972, un’unione che dura da oltre mezzo secolo e che definisce «un cammino di felicità condivisa».
Ricorda ancora il giorno delle nozze, nella chiesa del Santissimo Salvatore, proprio alle spalle delle Basilica eretta secondo le indicazioni del Santo fondatore della Pompei cristiana.
È un legame profondo quello di Vincenzo con la città mariana. Proprio all’avvocato di Latiano, che portò nella Valle il dipinto della Vergine del Rosario, ha dedicato un quadro che è esposto nell’Istituto di via Sacra. E a Pompei, Vincenzo ha tenuto la sua prima Personale nel 1988, presso la Casa del Pellegrino. Cinquanta opere esposte, due delle quali le acquistò un vecchio amico, che ancora le tiene esposte nella sua casa di Liverpool.
«Molti artisti vivono di eccentricità e stranezze», commenta Vincenzo con un sorriso lieve. «Mi considero una persona pacata. Soprattutto non seguo le mode. Parlo sempre con la stessa voce. Difendo la mia identità, il mio stile plastico. Non ho mai cercato il mercato selvaggio, non ho mai dipinto per il business. Le mie opere sono fatte per l’amore verso l’arte, per restare fedele a chi sono».
Lui continua a sognare, si alimenta dell’amore dei nipotini donatigli dai tre figli. Una di esse porta avanti la sua vena artistica si diletta a dipingere come una staffetta generazionale. «L’ammiro, ma non le dò consigli», dice lui. «Non voglio influenzarla. Per ora gioca, domani chissà», aggiunge commosso.
La sua mente è un vulcano di progetti. I critici hanno scritto che «produce una robusta plasticità» e una «visione dolorosa della vita che riesce a esprimersi con virile imperturbabilità».
Ma prima dell’artista c’è l’uomo. Schivo, timido, con le parole che contengono a malapena i sogni. Magari un giorno raccoglierà tutto il suo viaggio in un catalogo monumentale, affinché la sua storia di sacrificio e di luce non vada perduta.
Per ora, si limita a raccontarla, con una voce melodiosa e rassicurante che tramanda lezioni profonde.
Vincenzo insegna che alle spietate misure della storia e alla durezza della vita, ogni essere vivente può opporre la forza smisurata della propria volontà. Lui non si arrende. Si augura solo di avere ancora la forza di imprimere sulla iuta le verità che il mondo preferisce dimenticare, per rappresentare il ritratto di un’umanità che, pur nella povertà, ha saputo restare immensa.

