Terremoto al Monaldi, l’équipe denuncia il primario: «Clima tossico e pazienti a rischio»
Mentre l’opinione pubblica segue con commozione i funerali del piccolo Domenico Caliendo, un documento ufficiale datato 27 gennaio 2026 squarcia il velo sulla gestione interna della cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi. Gli infermieri, i tecnici e gli operatori socio-sanitari (OSS) della sala operatoria hanno inviato una comunicazione formale ai vertici dell’Azienda Ospedaliera dei Colli per denunciare un ambiente di lavoro definito «fortemente tossico, intimidatorio e lesivo della dignità professionale».
Un sistema basato sulla paura
Al centro della denuncia c’è il comportamento sistematico – secondo la relazione tutta da accertare – del dottor Guido Oppido. Il personale riferisce di una situazione insostenibile che si protrarrebbe da anni, ma che negli ultimi mesi avrebbe subito un peggioramento verticale. Secondo i firmatari, il chirurgo metterebbe in atto quotidianamente aggressioni verbali, urla, umiliazioni pubbliche e svalutazioni delle competenze dei collaboratori.
Nel documento si parla esplicitamente di un linguaggio offensivo e denigratorio, condito da bestemmie e imprecazioni, che avrebbe generato uno stato di insicurezza diffusa. Tale clima, basato su una gerarchia «medico-centrica», impedirebbe di fatto quella comunicazione fluida e serena necessaria in contesti ad alto rischio come la chirurgia cardiaca.
La sicurezza dei pazienti nel mirino
Le accuse più inquietanti riguardano però le ricadute sulla salute dei degenti. L’équipe descrive nella nota criticità organizzative che vanno oltre il semplice disagio lavorativo. Viene citata la mancanza di liste operatorie strutturate e, soprattutto, si fa riferimento a «tempi di attesa ingiustificati con pazienti pediatrici a sterno aperto».
Si tratta di una condizione clinica di estrema delicatezza in cui il torace del bambino rimane aperto dopo l’intervento: secondo l’équipe, le provocazioni continue e il mancato ascolto da parte del chirurgo durante l’atto operatorio comprometterebbero la sicurezza stessa dell’assistenza erogata.
Professionisti in burnout
Le conseguenze psicofisiche sul personale sono descritte in termini drammatici. Molti operatori manifestano ansia persistente, tremori e difficoltà di concentrazione, sintomi riconducibili a un diffuso stato di burnout. La situazione è tale che gran parte del personale starebbe valutando il trasferimento, ritenendo l’attuale contesto lavorativo incompatibile con l’esercizio responsabile della professione e con la tutela della propria salute.
L’appello ai vertici: «Non siamo complici»
La nota precisa che queste criticità erano già state segnalate in precedenza durante audit e incontri con i direttori di presidio e di unità, senza che venissero presi provvedimenti risolutivi. L’équipe conclude il documento con una richiesta perentoria: non vogliono essere considerati «complici silenziosi» di una gestione che mette a repentaglio la missione stessa dell’ospedale e la sicurezza dei pazienti.
Questo documento, emerso solo ora, aggiunge una pesante ombra sulla vicenda della morte del piccolo Domenico, avvenuta meno di un mese dopo l’invio di questa segnalazione d’allarme rimasta, a quanto pare, inascoltata.

