Rampa Nunziante, la Cassazione riapre il capitolo giudiziario sul crollo che il 7 luglio 2017 costò la vita a otto…
LA CASSAZIONE
4 marzo 2026
LA CASSAZIONE
Torre Annunziata. Rampa Nunziante, la rabbia dei familiari: «Non ci sentiamo rappresentati dalla giustizia»
Dopo la decisione della Cassazione che ha dichiarato prescritto l’omicidio colposo, lo sfogo di Imma Duraccio, sorella di Anna, morta nel crollo del 7 luglio 2017.
La decisione della Cassazione sulla tragedia di Rampa Nunziante riaccende il dolore dei familiari delle vittime: poche ore dopo la sentenza, Imma Duraccio parla di delusione, rabbia e smarrimento per un esito che non si aspettava dopo nove anni di attesa.
La notizia della prescrizione del reato di omicidio colposo e del rinvio in Appello per la rideterminazione delle pene legate al crollo colposo arriva come un colpo difficile da assorbire per chi, da quasi un decennio, vive con il peso di una perdita che non ha mai smesso di bruciare. Tra loro c’è Imma Duraccio, sorella di Anna, morta sotto le macerie della palazzina di Rampa Nunziante insieme al marito Pasquale Guida e ai loro figli Francesca e Salvatore.
La sua voce è segnata dalla stanchezza e da una rabbia che affiora senza filtri mentre prova a dare un senso a quanto accaduto. «Siamo delusi dalla sentenza data. È un momento di rabbia e confusione, non ce l’aspettavamo. Anche se sono stati dichiarati colpevoli non so se pagheranno, se andranno in galera. Non ci aspettavamo questa prescrizione, non è stata colpa nostra. Abbiamo aspettato 9 anni ma non ci aspettavamo questa sorpresa».
Le parole arrivano a poche ore dal pronunciamento della Suprema Corte, mentre in città tornano alla mente le immagini di quella mattina del 7 luglio 2017 in cui una palazzina si accartocciò su se stessa lasciando sotto le macerie otto persone. Un’intera famiglia cancellata in pochi secondi, mentre i soccorsi scavavano tra polvere e detriti nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita.
Per i familiari delle vittime, però, la tragedia non si è mai fermata a quel giorno: negli anni è continuata nelle aule dei tribunali, tra udienze, perizie e attese che sembravano avvicinare una conclusione. «Eravamo a casa», racconta Imma Duraccio ricordando il momento in cui è arrivata la notizia della decisione della Cassazione, un passaggio che ha lasciato spazio a un senso di smarrimento difficile da spiegare. Nelle sue parole emerge una frattura profonda con l’idea stessa di giustizia. «Non ci sentiamo rappresentati dalla giustizia. Ognuno può fare quello che vuole tanto non paga mai».
È una frase pronunciata con amarezza, nel tentativo di dare voce a un sentimento che accomuna molti familiari delle vittime dopo l’esito del giudizio di legittimità. La delusione diventa sfogo quando prova a spiegare cosa significa per loro questo risultato dopo nove anni di attesa. «Domani posso decidere di uccidere qualcuno tanto non pagherò». Parole dure, figlie di un dolore che non si è mai attenuato e che torna a farsi sentire ogni volta che la vicenda giudiziaria riapre ferite mai rimarginate.
La decisione della Cassazione non chiude infatti il procedimento, che tornerà davanti alla Corte d’Appello per la rideterminazione delle pene relative al crollo colposo, ma per i familiari delle vittime resta la sensazione di un percorso che non ha ancora restituito la risposta che aspettavano. In una casa dove il silenzio pesa più delle parole, Imma Duraccio continua a fare i conti con l’assenza della sorella e con una tragedia che il tempo non ha cancellato, mentre la giustizia riparte da un nuovo passaggio e la memoria di quella mattina resta immobile, sospesa tra dolore e attesa.

