Cazzullo stronca Sal Da Vinci: «Canzone brutta, sembra un matrimonio della camorra»
Un commento al vetriolo destinato a far discutere a lungo quello di Aldo Cazzullo. Il vicedirettore del Corriere della Sera,…
«Amo Napoli e i napoletani, Sal Da Vinci non mi piace». Così, Aldo Cazzullo, una delle penne più note del giornalismo italiano, riapre un dibattito sulla cultura napoletana e le sue rappresentazioni con un intervento sulle pagine del Corriere della Sera, dopo le critiche ricevute a seguito di un suo editoriale sulla vittoria a Sanremo dell’artista partenopeo con la canzone “Per sempre sì”.
L’inizio delle polemiche
La miccia era stata accesa nei giorni scorsi da un commento dello stesso Cazzullo sulla canzone “Per sempre sì”, vincitrice del Festival di Sanremo. Il giornalista aveva etichettato il brano come un pezzo “adatto a un matrimonio della camorra”, scatenando un’ondata di indignazione tra i fan dell’artista e i difensori della scena neomelodica e pop partenopea. Nella sua replica odierna, Cazzullo non arretra, ma anzi approfondisce la sua tesi distinguendo tra l’arte che eleva la città e quella che ne cristallizza i pregiudizi: «La Napoli di Sal Da Vinci oggi, come quella di Mario Merola ieri, rappresenta uno stereotipo che con la cultura napoletana non ha molto a che fare. È un’attitudine strappacore, enfatica, consolatoria».
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Le distinzioni dell’editorialista
Cazzullo dichiara apertamente il suo amore per Napoli, ma specifica che il suo è un legame con la Napoli colta e rivoluzionaria. Nel suo pantheon personale trovano posto nomi che hanno segnato la storia della musica e del teatro mondiale: Enrico Caruso, Pino Daniele (che Cazzullo definisce «il più grande di tutti»), James Senese, Tullio De Piscopo e Tony Esposito; e ancora Eduardo De Filippo e Totò. Secondo il giornalista, questi artisti hanno saputo parlare al mondo partendo da radici popolari, senza però scadere nel folklore commerciale.
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Geolier e Nino D’Angelo: Gli “originali”
Interessante è il distinguo che Cazzullo opera verso altre figure spesso criticate. Se Sal Da Vinci viene bocciato come espressione di una Napoli «che vorrebbero coloro che la detestano», figure come Geolier o il primo Nino D’Angelo vengono salvate in quanto «voci originali e interessanti». Il punto critico, per l’editorialista, resta l’assenza di modernità. Citando il 1958, Cazzullo ricorda come Domenico Modugno (pugliese che si fingeva siciliano) vinse Sanremo con una proposta profondamente popolare ma al contempo modernissima. Un salto di qualità che, a suo avviso, manca totalmente nella proposta artistica di Sal Da Vinci.
Una polemica che divide
La questione sollevata va oltre il semplice gusto musicale. Tocca il nervo scoperto dell’identità di una metropoli che oscilla costantemente tra l’avanguardia culturale e l’estetica dei quartieri, tra l’esportazione di un’eccellenza internazionale e il consumo interno di un genere, quello neomelodico o pop-sentimentale, che spesso viene percepito come un marchio di infamia dall’intellighenzia. Il dibattito rimane aperto: la Napoli di Sal Da Vinci è davvero una caricatura per chi non ama la città, o è semplicemente un’altra faccia, più viscerale e meno “accademica”, di un’unica, complessa anima partenopea?