Il mosaico portato via dai nazisti nel 1943 è marchigiano. Lo studio condotto a Pompei
Storia di un incredibile recupero archeologico: trafugato da un capitano della Wehrmacht nel 1943, tornato in Italia che, dopo essere stato assegnato a Pompei, rivela la sua vera origine in una villa romana di Folignano.
La cronaca archeologica del 5 marzo 2026 ci regala una vicenda che sembra uscita da un romanzo di spionaggio e arte. Al centro della scena c’è un pregiato mosaico romano con scena erotica, la cui odissea attraversa quasi due millenni, finendo nelle maglie della Seconda Guerra Mondiale per poi ritrovare, solo oggi, la sua identità e la sua casa. Grazie a una complessa indagine che ha unito le forze del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, del Parco Archeologico di Pompei e dell’Università del Sannio, è stato possibile ricostruire il viaggio di un’opera che per decenni è stata considerata un semplice “souvenir di guerra” in territorio tedesco.
Un furto nell’ombra della Wehrmacht
Tutto ha inizio tra il 1943 e il 1944. Un capitano della Wehrmacht, addetto alla catena dei rifornimenti militari in Italia, entra in possesso del manufatto. Non si tratta di un acquisto, ma di un trafugamento bellico, una delle tante razzie che hanno caratterizzato l’occupazione nazista nella penisola. L’ufficiale porta il mosaico in Germania e lo dona a un amico cittadino tedesco. Per ottant’anni, il reperto rimane nelle mani degli eredi della famiglia tedesca finché, nel luglio 2025, la coscienza storica e il lavoro investigativo dei Carabinieri portano alla decisione della restituzione allo Stato italiano.
Inizialmente, il Ministero della Cultura aveva assegnato il mosaico al Parco di Pompei. La scelta era parsa logica: lo stile e la tecnica ricordavano da vicino i capolavori erotici dell’area vesuviana. Ma è proprio qui che la ricerca scientifica ha preso il sopravvento sulla suggestione.
La svolta: non è Pompei, sono le Marche
L’assegnazione a Pompei è stata solo il punto di partenza per una rigorosa verifica archeometrica. Collaborando con l’Università del Sannio, gli esperti del Parco hanno analizzato i materiali, scoprendo che la tecnica costruttiva suggeriva una produzione laziale commercializzata su scala sovraregionale. Tuttavia, la prova definitiva è arrivata quasi per “serendipità”. Durante la presentazione del reperto nel 2025, l’archeologa Giulia D’Angelo ha notato dei dettagli familiari: la scena raffigurata non era un’inedita scoperta vesuviana, ma una vecchia conoscenza delle Marche.
Attraverso lo studio dei taccuini manoscritti dell’archeologo e pittore ottocentesco Giulio Gabrielli, conservati nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno, è emersa la verità storica. Gabrielli aveva disegnato quel medesimo mosaico intorno al 1868, annotando con precisione il luogo del ritrovamento: un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, in provincia di Ascoli Piceno. Il titolo originale dell’opera, secondo l’interpretazione dell’epoca, era “Il congedo di un’etera”.
Un frammento di identità restituito alla collettività
Il mosaico rappresenta un uomo che offre una borsa di denaro a una donna seminuda. Al di là del valore artistico, la sua riscoperta apre nuovi scenari sulla storia economica del mondo romano. Come sottolineato dal direttore Gabriel Zuchtriegel, il reperto dimostra l’esistenza di una produzione specializzata laziale capace di esportare mosaici di lusso in territori distanti come le Marche, la Campania e la Puglia.
La soddisfazione istituzionale è unanime. Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha rimarcato come la tutela non finisca col recupero materiale, ma con la restituzione della verità storica. Per il sindaco di Folignano, Matteo Terrani, si tratta del ritorno di un “frammento prezioso della memoria locale”, un legame fisico con l’antica villa romana di Rocca di Morro. Nelle prossime settimane, una delegazione marchigiana si recherà a Pompei per visionare l’opera e pianificare future collaborazioni e mostre che possano finalmente riportare, almeno temporaneamente, il mosaico nel territorio che lo ha custodito per secoli prima della violenza della guerra.
Questo recupero non è solo una vittoria dei Carabinieri o degli archeologi, ma il simbolo di un’identità nazionale che, nonostante le ferite della storia e le razzie naziste, continua a riemergere dai taccuini polverosi e dai laboratori di restauro per tornare a farsi guardare dai cittadini di oggi.

