Da Napoli il grido degli studenti iraniani: «Vogliamo un Iran libero»
Decine di studenti iraniani si sono riuniti questa mattina a Napoli, in via Caracciolo, davanti alla sede del consolato degli Stati Uniti. Un presidio carico di emozione, bandiere e slogan, nato per esprimere sostegno all’operazione “Epic Fury” e per chiedere apertamente la fine della Repubblica islamica in Iran.
Tra il vento del lungomare e lo sventolio delle bandiere, i manifestanti – molti dei quali iscritti alla Università degli Studi di Napoli Federico II, alla Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e alla Università degli Studi di Napoli Parthenope – hanno dato vita a un presidio che è stato allo stesso tempo politico e profondamente personale. Alcuni avevano gli occhi lucidi, altri intonavano cori, mentre tra la folla comparivano cartelli con messaggi rivolti direttamente alla politica internazionale. Su uno di questi si leggeva: «Grazie presidente Trump per aver mantenuto la tua promessa».
Le bandiere iraniane sventolavano accanto a quelle statunitensi e israeliane, mentre tra i partecipanti prendeva forma una richiesta precisa: la fine dell’attuale sistema politico iraniano e il ritorno sulla scena del figlio dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi.
«L’unica nostra scelta è il ritorno di Reza Pahlavi l’unica strada per avere finalmente un Iran forte, libero e rispettato», gridavano alcuni studenti al megafono.
Il presidio ha assunto anche i toni di una piccola festa della speranza. In sottofondo risuonavano l’inno nazionale iraniano e alcune canzoni tradizionalmente cantate nei momenti di celebrazione. Tra i manifestanti circolavano vassoi di dolcetti offerti ai passanti, decorati con piccole bandierine su cui era scritto: «L’unica scelta per l’Iran è Reza Pahlavi».
Dietro i sorrisi, però, si percepiva chiaramente anche la tensione e la preoccupazione per ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza.
«Siamo molto preoccupati per i nostri familiari che sono rimasti in Iran — racconta Kowsar, studentessa di Economia e commercio alla Parthenope, arrivata in Italia due anni fa — ma allo stesso tempo oggi ci sentiamo pieni di speranza».
Poi la voce le si incrina leggermente, mentre prova a spiegare cosa significhi per lei e per molti altri giovani iraniani assistere da lontano agli eventi del proprio Paese.
«La guerra fa paura, certo — dice — ma la dittatura fa ancora più paura. Il regime ha ucciso migliaia di persone, ha represso le proteste, ha distrutto la vita di tante famiglie. Per questo oggi siamo qui».
Durante la manifestazione non sono mancati cori e ringraziamenti rivolti ai leader internazionali che, secondo i manifestanti, stanno sfidando il regime iraniano. Più volte dalla folla si è levato un coro: «Grazie Bibi, grazie Trump», riferendosi al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Per molti dei presenti, il presidio sul lungomare napoletano è stato anche un momento per raccontare storie personali di fuga e di esilio.
«Sono arrivato in Italia trent’anni fa — spiega Iraj, 54 anni — perché non potevo più vivere sotto quel regime».
L’uomo osserva le bandiere che sventolano davanti al consolato e scuote lentamente la testa.
«In Iran si vive sotto pressione continua, sotto minaccia, sotto tortura — dice con amarezza — questo governo sostiene terrorismo, corruzione e criminalità. Il popolo iraniano non lo vuole. Per noi, quello che sta succedendo adesso rappresenta una speranza. Forse, finalmente, qualcosa potrà cambiare».
Così, sul lungomare di Napoli, tra cori, bandiere e dolci condivisi con i passanti, la protesta degli studenti iraniani si è trasformata in qualcosa di più di un semplice presidio: il tentativo, lontano da casa ma con il cuore rivolto all’Iran, di immaginare un futuro diverso per il proprio Paese.

