Scambiato per l’amante di una camorrista: 30 anni di carcere a mandante e killer di Giulio Giaccio
VITTIMA INNOCENTE
6 marzo 2026
VITTIMA INNOCENTE

Scambiato per l’amante di una camorrista: 30 anni di carcere a mandante e killer di Giulio Giaccio

La sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Napoli
Andrea Ripa

A oltre venticinque anni da uno dei delitti più crudeli legati alla criminalità organizzata campana, arriva una nuova conferma giudiziaria. La Corte di Assise d’Appello di Napoli ha ribadito la condanna a 30 anni di carcere per Luigi De Cristofaro e Raffaele D’Alterio, ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Giaccio, il giovane ucciso e sciolto nell’acido il 30 luglio 2000 dopo essere stato scambiato per un’altra persona. La decisione è stata pronunciata nell’aula 318 del Nuovo Palazzo di Giustizia. La sentenza conferma quanto già stabilito in primo grado: trent’anni di reclusione per entrambi gli imputati, ma senza il riconoscimento dell’aggravante mafiosa.

 

Un errore fatale – La vicenda che portò alla morte di Giulio Giaccio è segnata da un tragico scambio di persona. I killer cercavano Salvatore, indicato come amante della sorella di Salvatore Cammarota, ritenuto vicino al clan Polverino e fortemente contrario a quella relazione. La decisione, secondo le ricostruzioni processuali, fu brutale: eliminare l’uomo e far sparire il corpo. Il commando però sbagliò bersaglio. Giulio Giaccio venne prelevato, sequestrato e ucciso. Durante le ore della sua prigionia avrebbe ripetuto più volte ai suoi aguzzini di non chiamarsi Salvatore e di non conoscere la persona che stavano cercando. Le sue parole non bastarono a salvarlo. Il giovane venne assassinato e il suo corpo dissolto nell’acido, nel tentativo di cancellare ogni traccia del delitto.

 

Le testimonianze dei collaboratori di giustizia –  Nel corso del processo hanno avuto un ruolo determinante le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Tra questi Giuseppe Ruggiero e Roberto Perrone, le cui trascrizioni integrali sono state depositate dal sostituto procuratore generale durante l’udienza del 28 gennaio scorso. Le loro testimonianze si sono aggiunte a quelle di altri tre pentiti, contribuendo a ricostruire dinamiche e responsabilità del delitto.

 

La soddisfazione della famiglia –  Per i familiari di Giulio Giaccio la conferma della condanna rappresenta un passo importante, anche se non definitivo. “Siamo soddisfatti come familiari di Giulio perché comunque è una conferma a trent’anni di reclusione”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Motta, legale della famiglia. La battaglia giudiziaria, tuttavia, non è conclusa. Rimane infatti aperta la questione dell’aggravante mafiosa. Se la Corte di Cassazione dovesse accogliere il ricorso presentato su questo punto, il processo potrebbe tornare alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli per una nuova valutazione.

 

Il riconoscimento che manca – Per la famiglia Giaccio il riconoscimento dell’aggravante mafiosa avrebbe un valore simbolico e giuridico fondamentale: significherebbe sancire ufficialmente che Giulio è stato vittima della camorra. Un ragazzo ucciso per errore, in una vendetta che non lo riguardava. Un delitto brutale che, nonostante il tentativo di cancellarlo nell’acido, continua ancora oggi a chiedere piena giustizia.