Ecco le donne del Rinascimento che parlano al presente
L’otto marzo ritorna con i suoi simboli riconoscibili – le mimose, le iniziative culturali, le parole sull’emancipazione – ma anche con una domanda che resta sospesa: quanto è cambiata davvero la condizione delle donne? In Italia la risposta non è mai semplice. Negli ultimi decenni si sono aperti spazi nuovi, soprattutto nell’istruzione, nelle professioni e nella presenza femminile nella vita pubblica. Sempre più donne guidano imprese, dirigono istituzioni culturali, entrano nei luoghi della decisione. Eppure, il quadro resta attraversato da contraddizioni profonde.
Il lavoro continua a essere uno dei nodi centrali. L’accesso delle donne al mercato occupazionale è cresciuto nel tempo, ma resta fragile e diseguale: spesso più precario, più discontinuo, più esposto alla necessità di conciliare carriera e responsabilità familiari. Molte professioniste raccontano ancora oggi una doppia fatica: conquistare spazio nel lavoro e, allo stesso tempo, sostenere il peso di un sistema sociale che delega soprattutto alle donne la cura della famiglia. Anche nei settori più qualificati la presenza femminile ai vertici rimane limitata, come se esistesse ancora un soffitto invisibile che rallenta il percorso verso la piena parità.
Accanto alle difficoltà, però, c’è anche una trasformazione culturale evidente. Le nuove generazioni crescono con modelli diversi: studiano di più, aspirano a ruoli di leadership, rivendicano autonomia economica e libertà di scelta. L’emancipazione femminile oggi non si gioca soltanto sul piano dei diritti formali, ma su quello più sottile della rappresentazione sociale: chi prende la parola nello spazio pubblico, chi racconta la storia, chi costruisce i modelli culturali del futuro. È forse proprio per questo che sempre più iniziative culturali scelgono di rileggere il passato da una prospettiva femminile. Non per aggiungere semplicemente qualche nome dimenticato alla cronaca storica, ma per cambiare il punto di vista da cui quella storia viene raccontata.
A Napoli, nel cuore del centro antico, l’8 marzo diventa l’occasione per fare proprio questo esercizio di memoria. Tra le navate e i chiostri della Basilica di San Domenico Maggiore, uno dei luoghi più stratificati della città, il DOMA – Museo Diocesano di Napoli propone un percorso intitolato Storie di donne.
È un itinerario che attraversa la Napoli rinascimentale attraverso quattro figure femminili: Vittoria Colonna, Lucrezia d’Alagno, Maria d’Aragona e Isabella Sforza d’Aragona.
Quattro donne diverse tra loro, ma unite da una caratteristica: ognuna ha trovato un modo per abitare il potere in un’epoca in cui il potere femminile non era riconosciuto apertamente.
Il contesto in cui queste vite si muovono è uno dei più affascinanti della storia napoletana. La basilica di San Domenico Maggiore non è soltanto un edificio religioso: è un luogo che racconta secoli di cultura europea. Tra queste mura hanno studiato teologi come Tommaso d’Aquino, mentre nei secoli successivi vi hanno lasciato tracce intellettuali ribelli Giordano Bruno e Tommaso Campanella.
La basilica è stata anche un grande laboratorio artistico, frequentato da maestri come Tiziano, Caravaggio, Jusepe de Ribera e Luca Giordano.
Eppure, dietro questo racconto fatto di filosofi e artisti, esiste anche una trama femminile che raramente entra nei manuali di storia.
Tra le protagoniste del percorso emerge Vittoria Colonna, una delle voci più autorevoli del Rinascimento italiano. Poetessa celebrata, marchesa di Pescara, Colonna riuscì a costruire la propria autorevolezza attraverso la cultura. In un’epoca in cui le donne avevano accesso limitato alla vita pubblica, la scrittura diventò per lei uno spazio di libertà. I suoi versi, intrisi di spiritualità e introspezione, dialogavano con i grandi intellettuali del tempo, tra cui Michelangelo Buonarroti, con il quale intrattenne un rapporto intellettuale intenso e profondo.
Se Vittoria Colonna rappresenta il potere della parola e della cultura, la storia di Lucrezia d’Alagno racconta invece la dimensione più fragile e ambigua del potere femminile. Nobildonna napoletana di straordinaria bellezza, Lucrezia divenne la favorita del sovrano umanista Alfonso V d’Aragona, il re che nel Quattrocento trasformò Napoli in una capitale aperta agli umanisti e agli artisti di tutta Europa.
Per un periodo la sua influenza fu notevole. Ma la sua posizione dipendeva interamente dal favore del sovrano. Alla morte di Alfonso, la sua centralità svanì rapidamente. La sua storia mostra quanto fosse precaria la posizione delle donne nella politica di corte: celebrate quando vicine al potere, facilmente dimenticate quando quel potere cambiava volto.
Maria d’Aragona offre invece un’altra prospettiva. Donna colta e raffinata, esercitò il proprio ruolo soprattutto attraverso il mecenatismo e le relazioni culturali. Nel Rinascimento le corti erano veri laboratori di idee, e molte nobildonne contribuirono a costruire reti di scambio tra artisti, letterati e filosofi. La cultura diventava così una forma di diplomazia silenziosa, capace di attraversare i confini politici.
Infine, c’è Isabella Sforza d’Aragona, figura che incarna la dimensione dinastica della politica rinascimentale. Figlia di una delle famiglie più potenti d’Italia, visse dentro il sistema di alleanze matrimoniali che definiva gli equilibri tra le grandi dinastie della penisola. In quel mondo le donne erano spesso strumenti di strategia politica. Ma molte di loro seppero trasformare quella posizione in una forma di protagonismo culturale, influenzando gusti, moda e modelli sociali.
Camminando tra le cappelle della basilica, queste storie sembrano restituire una verità semplice ma spesso dimenticata: la storia delle donne non è una storia parallela, ma parte integrante della storia europea.
Forse è proprio questo il senso più interessante dell’8 marzo. Non soltanto una ricorrenza simbolica, ma un invito a cambiare prospettiva.
Guardare al passato attraverso le vite di queste donne significa riconoscere che il percorso dell’emancipazione non è iniziato ieri. È un cammino lungo, fatto di piccoli spazi conquistati, di intelligenza culturale, di capacità di muoversi dentro sistemi di potere che raramente erano pensati per loro.
Ed è forse tra le pietre antiche di San Domenico Maggiore che questa continuità diventa più evidente.
Le storie di Vittoria Colonna, Lucrezia d’Alagno, Maria d’Aragona e Isabella Sforza d’Aragona non appartengono soltanto al Rinascimento. In modi diversi, continuano a parlarci del presente. Perché ogni epoca, in fondo, deve trovare il proprio modo di rispondere alla stessa domanda: quale spazio siamo davvero disposti a riconoscere alla libertà delle donne?
La doppia fatica delle donne impegnate

