Domenica di violenza sui campi di Casola e Lettere
Non è più calcio. Quello a cui stiamo assistendo da settimane sui campi della Campania non è più lo sport che insegna il sacrificio, il rispetto e la sana competizione. È diventato, piuttosto, il palcoscenico di un’ordinaria follia collettiva, un ring senza regole dove la frustrazione sociale trova uno sfogo violento e impunito. L’ultimo fine settimana ha segnato un punto di non ritorno, toccando il fondo nel luogo che dovrebbe essere il più protetto di tutti: il settore giovanile.
L’orrore tra i giovanissimi
L’episodio più emblematico e doloroso si è consumato al Comunale di Lettere, durante una sfida Under 14 tra Club Napoli e San Vito Positano. Qui, la violenza non ha nemmeno aspettato l’età adulta per manifestarsi. Un calciatore di appena tredici anni ha inseguito l’arbitro – un suo coetaneo, un ragazzino che condivide la stessa passione – colpendolo con un pugno alla spalla. Non solo il gesto fisico, ma un’invettiva feroce che ha travolto direttore di gara e avversari. Se a quattordici anni il rettangolo verde diventa il luogo dove si impara a colpire l’autorità alle spalle, significa che il sistema educativo sportivo ha fallito radicalmente.
Assedi e aggressioni: il bollettino di guerra
Ma il weekend di follia non si è fermato ai ragazzini. A Casola, la Seconda Categoria ha offerto uno spettacolo indecoroso al termine della sfida tra i locali e il CuS Vesevo. Dopo una sconfitta sul campo, la reazione dei padroni di casa è stata di una viltà disarmante: un’aggressione di massa all’uscita dal terreno di gioco. Calci e pugni che non hanno risparmiato nessuno, coinvolgendo persino le tribune dove erano presenti donne e bambini.È dovuta intervenire l’Arma dei Carabinieri della stazione di Gragnano per scortare gli ospiti fuori dall’impianto, trasformando una domenica di sport in un’operazione di ordine pubblico.
Poco distante, sempre a Casola, la scena si è ripetuta nel match di Prima Categoria tra Vico Equense e Lettere: rissa, insulti e l’ennesima macchia su una domenica che di sportivo non ha avuto nulla.
Una deriva sociale
Ciò che emerge è il ritratto di un calcio malato, ostaggio di “frustrati della domenica” che scaricano sui campi di provincia tensioni che nulla hanno a che fare con il pallone. Gli arbitri, spesso giovanissimi e mandati allo sbaraglio senza tutele reali, sono diventati i bersagli mobili di un’aggressività che non conosce più limiti.Il rischio, oggi, è l’abitudine. Il rischio è che questi episodi vengano derubricati a “fatti di campo”.
Ma non c’è nulla di normale in un bambino che tira un pugno a un arbitro o in un genitore che deve fuggire da una tribuna per proteggere il proprio figlio. Se le istituzioni calcistiche e la giustizia sportiva non interverranno con sanzioni esemplari – radiazioni, squalifiche a vita dei campi e interventi penali – il calcio dilettantistico campano è destinato a sparire, soffocato dalla sua stessa violenza. Resta il silenzio assordante di chi dovrebbe educare e, invece, troppo spesso dal bordo campo incita alla battaglia.

