Oltre 1000 professionisti uccisi in guerra: gli infermieri tra i bersagli più esposti
Le guerre non distruggono soltanto città e infrastrutture, ma colpiscono anche la sanità e chi ogni giorno lavora per salvare vite.
«Negli ultimi anni, nei conflitti più recenti, oltre mille professionisti sanitari hanno perso la vita mentre svolgevano il loro lavoro. Tra loro, gli infermieri risultano spesso i più esposti e, tragicamente, anche tra i primi a finire nel mirino».
Lo sottolinea Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, che richiama l’attenzione su una realtà sempre più drammatica: da Gaza a Kiev, fino a Teheran, quando ospedali, ambulanze e strutture sanitarie vengono colpite dagli attacchi, a essere travolti non sono solo gli edifici ma soprattutto le persone che vi lavorano. E tra queste, gli infermieri sono quasi sempre in prima linea. Proteggerli significa difendere il diritto alla salute di intere popolazioni, soprattutto in contesti dove i sistemi sanitari sono già fragili e messi a dura prova.
I conflitti in corso nel mondo stanno mostrando con sempre maggiore evidenza quanto anche la sanità diventi vittima diretta delle bombe, dei missili e dei droni. L’escalation delle tensioni in Medio Oriente, la guerra in Ucraina e altre crisi internazionali hanno provocato centinaia di attacchi contro strutture sanitarie, causando migliaia di feriti e centinaia di morti tra medici, infermieri e operatori sanitari.
Secondo gli ultimi aggiornamenti diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità, il nuovo scenario di crisi che coinvolge l’Iran e l’area del Medio Oriente riguarda almeno sedici Paesi. Il bilancio è già pesantissimo: quasi mille morti in Iran, cinquanta in Libano, tredici in Israele e undici negli altri Paesi del Golfo, oltre a migliaia di feriti. In questo contesto sono stati registrati anche diversi attacchi diretti contro le strutture sanitarie: tredici in Iran e uno in Libano, con conseguenze gravi per la capacità dei sistemi sanitari di continuare a garantire cure.
Gli infermieri, del resto, rappresentano la colonna portante della sanità mondiale. Secondo i dati dell’OMS, costituiscono circa il 59% dell’intera forza lavoro sanitaria globale: oltre ventotto milioni di professionisti impegnati ogni giorno negli ospedali, nei pronto soccorso e nei servizi territoriali. Proprio questa presenza capillare li rende tra i più esposti nelle aree di crisi e nei teatri di guerra.
Il monitoraggio internazionale sugli attacchi alla sanità mostra dati impressionanti. In Ucraina, dall’inizio della guerra nel 2022, sono stati registrati oltre 1.600 attacchi contro ospedali e strutture sanitarie. Più di 170 professionisti sanitari hanno perso la vita e oltre 300 sono rimasti feriti, molti dei quali infermieri. Anche nella Striscia di Gaza il bilancio è devastante: secondo le stime del sistema internazionale coordinato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dall’OMS, più di mille operatori sanitari sono stati uccisi dall’inizio delle operazioni militari, mentre circa il 70% delle strutture ospedaliere risulta oggi parzialmente o totalmente non operativo.
Ma gli effetti della guerra sulla sanità non si limitano alle vittime dirette. Quando gli ospedali vengono distrutti, quando le forniture mediche si interrompono e il personale sanitario diminuisce, interi sistemi di cura rischiano di collassare. A pagarne il prezzo più alto sono spesso i più fragili: malati cronici, pazienti oncologici, bambini e anziani che si ritrovano improvvisamente senza assistenza.In Medio Oriente, l’escalation militare ha già costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case: oltre centomila sfollati solo nella capitale iraniana Teheran e più di sessantamila in Libano.
Secondo le stime dell’OMS, fino a un milione di persone potrebbe essere costretto a fuggire dal sud del Libano se il conflitto dovesse intensificarsi ulteriormente.Anche la rete internazionale di aiuti sanitari sta subendo gravi rallentamenti. Il Global Health Emergencies Logistics Hub delle Nazioni Unite, con sede a Dubai e punto nevralgico per la gestione delle emergenze sanitarie globali, ha dovuto sospendere temporaneamente alcune operazioni a causa dell’insicurezza nella regione. Di conseguenza sono rimaste bloccate forniture umanitarie per circa 18 milioni di dollari e altri 8 milioni di dollari di materiali medici essenziali.
La crisi logistica riguarda inoltre più di cinquanta richieste di forniture sanitarie urgenti provenienti da venticinque Paesi. Tra queste, risultano fermi anche sei milioni di dollari di medicinali destinati a Gaza e materiali di laboratorio per la sorveglianza della poliomielite per un valore di 1,6 milioni di dollari.
Nelle guerre moderne, la distruzione della sanità produce spesso più vittime indirette dei combattimenti stessi. Senza ospedali funzionanti, senza farmaci, senza personale sanitario e senza catene di approvvigionamento attive, milioni di persone restano semplicemente senza cure.
«I dati internazionali dimostrano che la sanità è tra i settori più colpiti nelle guerre contemporanee. Quando un ospedale viene colpito o quando le forniture mediche si interrompono, non viene danneggiata soltanto una struttura: viene compromesso l’intero sistema di assistenza», sottolinea De Palma.
Gli infermieri, spiega ancora, rappresentano la componente più numerosa della sanità e sono quasi sempre in prima linea, nei reparti di emergenza, nei pronto soccorso e nelle strutture sanitarie improvvisate che nascono nei contesti di guerra. «Questo li rende inevitabilmente tra i più esposti nei momenti di crisi».
E il messaggio finale è forte e carico di significato: «Difendere i professionisti sanitari e proteggere le strutture di cura significa difendere la vita stessa delle popolazioni. Quando la sanità viene colpita, non si ferisce solo il presente di un Paese, ma si compromette anche il suo futuro sanitario».

