Omicidio Giovanni Gargiulo: assolto il boss Andolfi dopo 28 anni di processi
PROCESSO INFINITO
10 marzo 2026
PROCESSO INFINITO

Omicidio Giovanni Gargiulo: assolto il boss Andolfi dopo 28 anni di processi

La Corte d’Assise d’Appello di Napoli scagiona "o' minorenne" dall'accusa di aver ucciso il 14enne nel 1998. La difesa: "Fine di un calvario, accuse basate solo su voci di corridoio"
Marco Cirillo

Una delle pagine più buie e dolorose della cronaca criminale napoletana torna a scuotersi con una sentenza che ribalta decenni di iter giudiziario. Andrea Andolfi, noto negli ambienti criminali con il soprannome di “o’ minorenne”, è stato assolto dall’accusa di aver partecipato all’omicidio di Giovanni Gargiulo, il ragazzino di soli 14 anni trucidato il 18 febbraio 1998. La IV sezione penale della Corte di Assise d’Appello di Napoli ha pronunciato la formula “per non aver commesso il fatto“, ponendo fine a una vicenda legale durata ventotto anni.

 

Il delitto di Giovanni Gargiulo resta nella memoria collettiva come uno degli esempi più atroci della ferocia dei clan. Il giovanissimo fu vittima di una “vendetta trasversale”: il fratello di Giovanni era un collaboratore di giustizia che stava rivelando i segreti della malavita organizzata, e l’uccisione del 14enne fu il prezzo di sangue pagato per quel tradimento. Un omicidio che, per le modalità e l’età della vittima, scosse profondamente l’opinione pubblica ben oltre i confini della Campania.

 

L’iter giudiziario e il nodo delle prove
L’assoluzione odierna arriva al termine di un percorso processuale tortuoso. Andolfi era stato arrestato appena venti giorni dopo l’omicidio e, nel corso di quasi tre decenni, ha affrontato ben quattro processi. In precedenza, era stato condannato a 30 anni di reclusione — nonostante la Procura avesse richiesto l’ergastolo — ma la sentenza era stata annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione. Gli “ermellini” avevano ravvisato lacune e criticità nel castello accusatorio, rimandando il giudizio ai magistrati napoletani che oggi hanno recepito quei rilievi.

 

Punto cardine della strategia difensiva, portata avanti dagli avvocati Leopoldo Perone e Michele Basile, è stata la contestazione dell’esame dello Stub (il test per rilevare tracce di polvere da sparo) e l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Secondo i legali, l’accusa si reggeva su “voci” alimentate proprio dal clamore mediatico seguito all’arresto di Andolfi, piuttosto che su prove solide e incontrovertibili. “Finalmente finisce un calvario”, hanno commentato gli avvocati, parlando di una sentenza coraggiosa che restituisce una verità processuale diversa da quella finora ipotizzata.

 

Una ferita ancora aperta
Se per Andolfi la sentenza di oggi rappresenta la fine di un incubo giudiziario durato una vita intera, per la memoria di Giovanni Gargiulo e per la sua famiglia il verdetto riapre l’interrogativo su chi siano stati i reali esecutori di quella mattanza. L’assoluzione di oggi, pur basata sul principio del dubbio ragionevole e sulla revisione tecnica delle prove, lascia un vuoto in termini di giustizia punitiva per un crimine che la difesa stessa ha definito di “gravità inaudita e abietta”.

 

La decisione della Corte d’Assise d’Appello sottolinea ancora una volta la complessità del sistema giudiziario italiano nel trattare i “cold case” di camorra, dove il confine tra testimonianze attendibili e dicerie di quartiere è spesso sottile e dove il passare dei decenni rende la ricerca della verità un’impresa sempre più ardua.