L’assurdità della Sanità italiana: la burocrazia sottrae il 50% del tempo alle attività degli oncologi
MALASANITA'
11 marzo 2026
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L’assurdità della Sanità italiana: la burocrazia sottrae il 50% del tempo alle attività degli oncologi

Un’analisi del Cipomo rivela che metà delle ore lavorative dei medici è assorbita da compiti amministrativi, così si toglie tempo alla gestione terapeutica dei pazienti
Giovanna Salvati

Il grido d’allarme lanciato oggi dal Collegio dei Primari Oncologi Ospedalieri (Cipomo) dipinge un quadro allarmante della sanità italiana, dove la burocrazia sembra aver preso il sopravvento sulla missione clinica. Secondo i dati presentati in apertura del trentesimo Congresso nazionale dell’associazione, un oncologo medico dedica mediamente 19 ore settimanali — esattamente la metà del monte ore contrattuale di 38 — a mansioni che nulla hanno a che fare con la diagnosi o il trattamento diretto della patologia. Si tratta di un paradosso strutturale: in un settore dove l’innovazione tecnologica corre velocissima, il tempo del medico rimane intrappolato nelle maglie di software frammentati, inserimento di dati anagrafici e compilazione di moduli infiniti.

 

Il momento più critico di questo “corto circuito” organizzativo è la prima visita oncologica, quello snodo fondamentale in cui si dovrebbe instaurare il patto di fiducia tra medico e paziente. In questa fase, il professionista è costretto a dividere lo sguardo tra gli occhi della persona che ha di fronte e lo schermo del computer, impegnato in pre-attività che l’86,1% degli intervistati ritiene tranquillamente delegabili ad altre figure o a una diversa organizzazione del lavoro. La verifica della documentazione clinica pregressa, la raccolta dei consensi informati e la gestione dei dati anagrafici rappresentano “colli di bottiglia” che appesantiscono il percorso di cura ancor prima che questo abbia effettivamente inizio.

 

Un capitolo a parte, particolarmente gravoso, riguarda i Registri di monitoraggio gestiti dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Queste schede, nate per tracciare l’appropriatezza e l’efficacia dei medicinali più innovativi e costosi, si sono trasformate nel tempo in un onere amministrativo mastodontico. Quasi il 90% degli oncologi sottolinea come l’inserimento di queste informazioni sia un’attività meramente tecnica, che non richiede competenze mediche specifiche per la sola fase di data-entry, ma che tuttavia “ruba” tempo prezioso alla riflessione clinica e all’aggiornamento terapeutico.

 

Le conseguenze di questa gestione non ricadono solo sull’efficienza del sistema, ma sulla qualità della vita dei pazienti e sul benessere degli stessi medici. Paolo Tralongo, Presidente del Cipomo, ha evidenziato come il carico burocratico sia oggi uno dei principali fattori di crisi del sistema sanitario, reso ancora più acuto dalla cronica carenza di personale. La frustrazione dei medici, sommersi da adempimenti che potrebbero essere gestiti da personale amministrativo o da figure di supporto dedicate (come i data manager), alimenta il rischio di burnout e disaffezione verso la professione ospedaliera.

 

La proposta del Cipomo, condivisa con l’associazione Salute Donna e il gruppo interparlamentare, è netta: è necessaria una “deburocratizzazione strutturale” che separi nettamente le attività cliniche da quelle amministrative. Non si tratta solo di semplificare i software, ma di ripensare l’intera architettura della visita medica, liberando il professionista da compiti che non gli appartengono per restituirgli la sua funzione primaria: curare. In un tempo in cui il “tempo di cura è tempo di comunicazione”, ogni ora sottratta alla carta è un’ora restituita alla dignità del paziente e all’eccellenza della medicina italiana.