Pompei e l’arte del recupero: inaugurata la nuova mostra permanente dedicata ai calchi
SCAVI DI POMPEI
11 marzo 2026
SCAVI DI POMPEI

Pompei e l’arte del recupero: inaugurata la nuova mostra permanente dedicata ai calchi

Oggi l'inaugurazione dell'allestimaneto permanente dedicato ai calchi di Pompei.
Carmen Caldarelli, Alessandra Boccia

Un traguardo che non è solo una vittoria scientifica, ma un vero e proprio successo museologico. Con queste parole il Direttore Gabriel Zuchtriegel ha dato il via all’esposizione permanente che segna un nuovo capitolo per il Parco Archeologico.

Guarda il video dell’allestimento

Un lavoro corale dietro le quinte

Non si tratta solo di esporre reperti, ma di raccontare una storia di rinascita. Il Direttore ha voluto porre l’accento sul valore umano e professionale che ha reso possibile questo risultato: «Intendo ringraziare tutto il team che ha lavorato al recupero, al restauro e all’allestimento e quindi alla realizzazione di questa mostra permanente».

Queste parole riflettono la complessità di un intervento che ha visto collaborare diverse figure professionali: archeologi e scavatori impegnati nella delicata fase di recupero, restauratori che hanno restituito leggibilità e splendore a reperti spesso fragilissimi, curatori e architetti che hanno studiato un allestimento capace di parlare al pubblico contemporaneo.

Perché è un “successo museologico”? Il successo di cui parla Zuchtriegel risiede nella capacità di trasformare il sito in un museo vivo. Non più una semplice collezione di oggetti, ma un percorso espositivo che valorizza il contesto e la storia del ritrovamento, rendendo la bellezza accessibile e comprensibile a tutti.

 

Un racconto di vite spezzate

Il percorso espositivo non si limita alla contemplazione di reperti, ma ci pone di fronte alla cruda realtà di un’umanità in fuga. La mostra mette in scena donne, bambini e uomini colti nell’istante preciso in cui la loro esistenza si è interrotta, mentre cercavano disperatamente scampo dopo la prima fase dell’eruzione. Grazie al prezioso contributo della vulcanologia e a un meticoloso lavoro di ricostruzione video, i visitatori possono oggi ripercorrere i momenti finali di quelle vite spezzate, restituendo un nome e una storia a chi per secoli è rimasto solo un calco nel cenere.

 

Oltre la museografia: un linguaggio di rispetto

Non si tratta di una mostra “gioiosa” o celebrativa. Il Direttore Zuchtriegel ha sottolineato come la sfida principale sia stata trovare un linguaggio idoneo e profondamente rispettoso per comunicare una tragedia di tali proporzioni. Questa ricerca non ha riguardato solo le scelte museografiche, ma ha toccato le radici stesse del linguaggio storico e archeologico. L’obiettivo è offrire una narrazione che non si fermi al dato scientifico, ma che abbracci una visione umana, filosofica e spirituale, lasciando a ogni visitatore il compito individuale di elaborare il senso profondo di ciò che osserva.

 

“Questo siamo noi”: l’abbraccio dell’umanità

L’essenza dell’intero allestimento è racchiusa nel ricordo di un momento vissuto durante gli scavi. Mentre venivano portati alla luce i calchi di due persone strette in un ultimo abbraccio, un collega esclamò: “Questo siamo noi”. In quel frammento di storia congelato nel tempo, è apparsa chiara a tutti la missione della mostra: riconoscere in quelle vittime la nostra stessa natura. Non stiamo guardando oggetti del passato, ma stiamo guardando l’umanità stessa; un legame che supera i millenni e ci ricorda che, al di là dell’archeologia, ciò che resta è il valore universale della vita umana.

 

La rinascita della Palestra Grande e il supporto multimediale

L’inaugurazione della mostra segna anche un momento simbolico per il Parco Archeologico: la riapertura al pubblico della Palestra Grande. Come spiegato da Silvia Bertesago, il percorso espositivo è stato concepito come una porta aperta non solo sui calchi, ma su un intero settore del sito. Il racconto dell’eruzione viene qui narrato per la prima volta con un approccio inedito, grazie a un’installazione multimediale che permette ai visitatori di immergersi nella dinamica degli eventi storici, rendendo la comprensione della tragedia immediata e coinvolgente.

 

Dai resti organici alla vita quotidiana

Oltre alla potenza emotiva dei calchi, l’allestimento punta i riflettori su dettagli scientifici di straordinario valore: i resti organici perfettamente conservati. Questi elementi rappresentano una finestra unica sulla quotidianità di Pompei, permettendo agli studiosi — e ora al pubblico — di indagare sulla vita reale delle persone prima del disastro. Attraverso questi reperti, la mostra riesce a bilanciare la drammaticità delle “vittime” con il racconto vitale di chi abitava quegli spazi, offrendo un ritratto completo della società pompeiana.

 

Un percorso fluido e inclusivo

Uno dei pilastri di questo nuovo progetto è l’accessibilità. L’allestimento è stato studiato per essere flessibile e fruibile da qualsiasi direzione provengano i visitatori, abbattendo le barriere non solo fisiche, ma anche comunicative. “Abbiamo dato ampio spazio a tutti i tipi di linguaggi,” ha dichiarato Bertesago, sottolineando come l’inclusività sia stata l’obiettivo primario del team di lavoro. Grazie a questo sforzo corale, la storia di Pompei può finalmente essere narrata in modo universale, parlando a ogni tipo di pubblico con un linguaggio moderno e accessibile.

 

Il ponte tra passato e presente: la voce dei giovani

A dare un’ulteriore profondità emotiva alla presentazione è stato il contributo delle studentesse del Liceo Pascal. In un momento di grande partecipazione, le ragazze hanno dato voce alle parole di Primo Levi, leggendo la sua celebre poesia dedicata a una piccola vittima dell’eruzione. “La bambina di Pompei“: un monito universale. Il componimento di Levi non è stato scelto a caso. Il poeta, sopravvissuto all’Olocausto, scrisse quei versi osservando il calco di una bambina rimasta intrappolata nel fango e nella cenere, tracciando un parallelo tra la catastrofe naturale di Pompei e le tragedie provocate dall’uomo nel secolo scorso. “Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra…”Questa lettura ha sottolineato il messaggio centrale lanciato dal Direttore Zuchtriegel: l’archeologia non è fatta di pietre, ma di umanità. Vedere le nuove generazioni interrogarsi su queste “vite spezzate” attraverso la lente della letteratura trasforma la visita alla Palestra Grande in un esercizio di memoria attiva, dove il dolore del passato diventa consapevolezza per il presente.

 

Una storia che finalmente si racconta

Con la chiusura affidata ai giovani, l’inaugurazione ha confermato la volontà del Parco di essere un luogo di formazione e riflessione. Come auspicato da Silvia Bertesago, questo grande sforzo di inclusività e ricerca ha un unico, nobile fine: permettere alla storia di Pompei di essere finalmente narrata in tutta la sua complessa e fragilissima bellezza.

 

Il “Verismo della Memoria” e la Pietas di Cicerone

L’intervento del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha elevato la riflessione sul nuovo allestimento, definendolo un esempio di “verismo della memoria”. Secondo il Ministro, la forza di questa esposizione risiede nel delicato equilibrio tra una tecnologia sofisticatissima e la minuzia artigianale della realizzazione.

Citando Cicerone, Giuli ha richiamato il concetto di pietas: non una semplice commiserazione, ma un’empatia profonda e quotidiana che restituisce giustizia e verità storica a quel “fermo immagine” della tragedia che è Pompei.

 

Tra Ungaretti e Goethe: il senso del sopravvivere

Il Ministro ha poi evocato suggestioni letterarie per spiegare l’ossimoro di Pompei: un luogo di bellezza nato dal dolore. Richiamando Ungaretti — “la morte si sconta vivendo” — e l’interrogativo di Goethe sulla gioia possibile in un luogo così segnato dalla sofferenza, Giuli ha offerto una chiave di lettura spirituale: sopravvivere a chi è morto è un esercizio continuo di memoria e riflessione. Pompei, in questo senso, diventa il luogo dove la morte “semina vita”, trasformando il lutto antico in un’eredità culturale vibrante per le generazioni presenti.

 

Pompei: dove la morte genera conoscenza

“Chissà se vivere non è morire e morire non è vivere”: con questo paradosso, il Ministro ha suggellato il valore educativo del sito. Pompei non è un cimitero, ma un laboratorio di umanità dove l’amore per la conoscenza germoglia proprio dalla tragedia. Restiamo eredi di una storia immensa che si rigenera attraverso il lavoro di chi scava e studia, dimostrando che anche dal dolore più grave può nascere una spinta vitale verso il futuro e la comprensione di ciò che siamo.