La preside Carfora: “Scuola senza confini, i ragazzi eroi del presente”
Una donna tenace, visionaria, determinata; una donna che non si ferma e che combatte il sistema e le sue storture. Questa è Eugenia Carfora, oggi nota come “la Preside”, ospite dell’incontro “Semi di speranza, radici di futuro” presso la parrocchia San Giovanni Battista di Gragnano. In un clima di profondo ascolto, il parroco don Aniello Pignataro ha introdotto la serata legando la missione della Carfora al cammino pasquale: «La Pasqua è l’uomo che decide di camminare in un modo nuovo. Ho invitato la Preside perché è una donna che ha deciso di mettersi in gioco per gli altri nel Parco Verde di Caivano, un luogo che non ha bisogno di presentazioni». Citando lo scrittore Alessandro D’Avenia, don Aniello ha ricordato che la bellezza è un “codice della vita” capace di ricreare il mondo anche quando sembra sull’orlo del baratro. Eugenia Carfora ha scosso la platea con la sua schiettezza, rifiutando l’etichetta di “eroina” e rivendicando la normalità del suo agire. Un dialogo vivo, che ha toccato le piaghe del disorientamento giovanile e la necessità di una scuola-comunità, iniziato con una domanda rivolta alle radici della sua missione.
Preside, lei è approdata al Parco Verde nel 2007 tra macerie e abbandono. Cosa ha visto in quel momento che gli altri non riuscivano a vedere?
«Sono una persona normalissima, mi sorprende che il mio agire appaia straordinario. Appare tale solo perché troppi si girano dall’altra parte. Per me la scuola è sempre stata un luogo di gioia e curiosità, per questo non l’ho mai abbandonata. Laddove gli altri vedevano solo degrado, io ho visto il valore di un’istituzione dello Stato. Smettiamola di far finta di niente. Non sopporto l’indifferenza: se vedo qualcuno lanciare una carta dal finestrino, lo inseguo col clacson finché non capisce. Il buio diventa abissale solo quando chi dovrebbe guidare una comunità resta in silenzio e trasforma un luogo nella terra di nessuno. Io, invece, ho scelto di urlare.»
In un sistema che premia l’immobilismo, quanto pesa essere la “spina nel fianco”?
«Chi opera, fa; e chi fa, può sbagliare. Ma il mio motto resta “fare”. Se l’obiettivo è il bene di un ragazzo, il regolamento passa in secondo piano. La burocrazia non può essere un alibi per l’inerzia: non deve far paura un modulo, deve far paura l’ignoranza. Non mi importa di piacere al sistema, mi importa di non lasciare nessuno nel buio.»
Lei si dice molto offesa nel sentire appellare i suoi studenti come “poveri ragazzi”. Perché questa definizione la ferisce così tanto? «Perché li uccidiamo due volte. Non sono “poveri”, sono eroi che resistono a un mondo adulto diventato vuoto. I ragazzi sono il presente e assorbono tutto ciò che vedono: se ci isoliamo nei telefoni o non sappiamo più chiedere scusa, loro diventano invisibili per colpa nostra. Non desiderare dal ragazzo ciò che tu, adulto, non sei in grado di donare.»
Chi è oggi il docente ideale? In un mondo che etichetta questi ragazzi come “storti”, come si resiste alla tentazione di volerli semplicemente normalizzare?
«Il docente deve essere una “fiaccola”, non un trasmettitore di contenuti: a scuola si apprende insieme. La scuola non ha confini e ogni figura del territorio può essere un maestro. La sfida non è riempire vasi, ma insegnare a pensare, perché solo il pensiero rende liberi di scegliere chi essere, anche un imbianchino onesto. La bellezza di un giovane dipende da quanto noi adulti siamo attenti ai dettagli.»
Lei ha ammesso di essere stata una “madre e moglie così così” per dare tutto alla scuola. Ne è valsa la pena?
«Non mi pento di nulla, anche se ho fatto errori. Quando senti il dovere verso gli altri, ti accanisci sulla risoluzione dei problemi e ti dimentichi di cosa hai a casa. Sono stata fortunata ad avere una famiglia che ha capito. Ma questo accade perché il sistema non funziona: le scuole dovrebbero essere aperte 24 ore al giorno, luoghi dove i ragazzi possano anche mangiare e dormire se a casa non possono andare. Solo così la famiglia riprende fiato».
In un contesto come Caivano, dove il futuro sembra già scritto, come si insegna a desiderare?
«Il desiderio dei ragazzi dipende dagli adulti. Io ho usato costanza e perseveranza. Quando ti sputano o ti deridono, devi sapere dove vuoi arrivare. Ai ragazzi dico: dovete viaggiare, strutturarvi e poi scegliere da che parte stare. Io disegno ponti che forse non vedrò mai, ma godo al pensiero che qualcuno li attraverserà».
Oggi i giovani sono schiacciati dall’ansia di prestazione. Qual è il compito degli educatori davanti a questa fragilità?
«L’ansia è nostra e la trasferiamo a loro. Li mettiamo sotto una campana di vetro, ma poi non chiediamo loro nemmeno di rifarsi il letto. Dobbiamo ridare ai ragazzi la responsabilità delle piccole cose. E alla Chiesa dico: mettete i ragazzi a cantare, portate lo spritz qui dentro, coinvolgeteli! Se non vivono i luoghi sani, se ne andranno altrove».
Come si ricuce il rapporto con genitori spesso sospettosi verso l’istituzione?
«Io mi diverto con loro. Ho creato una stanza segreta dove li faccio sfogare. Se un genitore percepisce che sei dalla sua parte per il bene del figlio, diventa il tuo miglior alleato. Ai professori invece dico: abbiate più orgoglio. Se la scuola italiana non funziona è anche perché troppi insegnanti sono sfaticati o senza carisma. La classe dirigente del domani dipende da come curiamo i ragazzi oggi».
Nietzsche diceva che si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari. Come vive lei il distacco quando arriva il giorno del diploma e deve lasciare i suoi ragazzi alla vita?
«Vi rispondo sinceramente: vorrei bocciarli tutti! Solo per non lasciarli andare. Ma ho imparato che la nostra forza non è trattenere, è lasciare andare. Per superare la malinconia del distacco ho creato una rete: i miei ragazzi più grandi diventano i tutor di quelli del primo ciclo. Così il legame non muore. Vedere un ragazzo che ce l’ha fatta e che torna per aiutare un compagno più piccolo è il mio vero traguardo. Li lascio con gioia. Dobbiamo far capire loro che c’è sempre un altro giorno buono ad aspettarli.» L’ultima esortazione della Preside è un richiamo alla responsabilità collettiva: «Fate rumore! Il cambiamento non è nelle mani dei politici, ma nel vostro impegno quotidiano. Divertitevi con i vostri figli e restate uniti». «Aldo Moro scriveva che la redenzione dell’uomo è, in fondo, lo sforzo di ogni impegno sociale e politico. Chi crede nel riscatto del territorio e della persona mette in pratica questo sforzo ogni giorno. Eugenia Carfora ci ha ricordato che creare una comunità non è solo un desiderio, ma l’unica vittoria possibile contro l’individualismo esasperato. Solo così nessuno sarà più lasciato solo» ha concluso don Aniello, raccordando la testimonianza della Preside alle parole del grande statista.

