L’urlo di Poggioreale: «Nove in una cella, si sconta la pena ma non si perda la dignità»
LA PROTESTA
18 marzo 2026
LA PROTESTA

L’urlo di Poggioreale: «Nove in una cella, si sconta la pena ma non si perda la dignità»

In occasione della visita del sottosegretario Delmastro, i familiari dei detenuti denunciano le condizioni disumane nel carcere napoletano: sovraffollamento cronico e l'incubo del caldo torrido
Marco Cesaro

Una fila ordinata ma carica di tensione e stanchezza quella che si è snodata questa mattina davanti all’ingresso “colloqui” del carcere di Poggioreale. Mentre all’interno della struttura si celebravano i fasti del 209° anniversario del Corpo di Polizia Penitenziaria, alla presenza del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, all’esterno l’aria era pesante, densa delle lamentele e della disperazione dei familiari di chi, in quelle mura, sta scontando la propria quota di debito con la giustizia. Le denunce raccolte dipingono un quadro di sovraffollamento che rasenta l’invivibilità, con spazi ridotti all’osso e una gestione del quotidiano che poggia quasi interamente sulle spalle delle famiglie.

Il grido che accomuna madri, mogli e sorelle è univoco: chi ha sbagliato deve pagare, ma il prezzo non può essere l’annullamento della dignità umana. Una donna, in attesa del colloquio con il figlio, racconta una realtà fatta di celle sature oltre ogni limite consentito: «Arrivano a stare anche in nove in una singola stanza», spiega con la voce incrinata dalla preoccupazione.

In questo contesto di carenze strutturali, la solidarietà tra detenuti diventa l’unica rete di salvataggio, spesso alimentata dai pacchi viveri portati dall’esterno. «Io cucino per tutti, anche per chi non ha nessuno che gli consegni nulla. La settimana scorsa ho portato dieci chili di cibo. Sono figli nostri, è giusto che scontino la pena, ma con dignità», ribadisce la madre, sottolineando come la carenza di servizi interni costringa le famiglie a un impegno economico e logistico costante per garantire i bisogni primari.

Oltre allo spazio fisico, a spaventare i parenti è l’arrivo imminente della stagione calda. Le criticità legate alle temperature estive all’interno di una struttura antica e sovraffollata come quella di Poggioreale rappresentano una vera e propria emergenza sanitaria e psicologica.

Un’altra familiare osserva con amarezza come la permanenza forzata in otto o nove persone dentro una cella piccola, con il termometro che sale, trasformi la detenzione in una tortura supplementare non prevista dal codice penale. «Stanno pagando, ma perché devono soffrire così tanto? Con il caldo, come si fa a stare in queste condizioni?», si domanda, evidenziando come la mancanza di ventilazione e gli spazi angusti rendano l’aria irrespirabile.

L’arrivo delle autorità per le celebrazioni ufficiali ha acceso i riflettori su un contrasto stridente: da un lato la solennità delle istituzioni che onorano il lavoro degli agenti penitenziari, dall’altro il logorio quotidiano di chi vive il carcere dall’altra parte delle sbarre o dai marciapiedi antistanti. La richiesta dei familiari non è l’impunità, ma una riforma strutturale che garantisca condizioni igieniche e di spazio adeguate, in linea con i diritti umani fondamentali.

Poggioreale continua così a confermarsi uno dei nodi più critici del sistema carcerario italiano, un luogo dove il sovraffollamento non è più un dato statistico, ma una condizione di sofferenza che colpisce non solo i detenuti, ma intere famiglie che chiedono solo il rispetto della legge, in ogni sua forma.