Caso La Gatta: la Cassazione annulla la condanna, si riapre il processo per l’omicidio Di Marzo
A distanza di quasi dieci anni dalla tragedia nel resort del Napoletano, i giudici della Suprema Corte accolgono il ricorso della difesa: si dovrà tornare in aula per valutare l’intenzionalità del colpo e l’esimente della legittima difesa.
La lunga e complessa vicenda giudiziaria di Vincenzo La Gatta, noto imprenditore del settore aeronautico campano, subisce una svolta radicale che riporta le lancette dell’orologio processuale indietro di anni.
La Corte di Cassazione ha infatti deciso di annullare con rinvio la sentenza di condanna a 14 anni di reclusione che era stata emessa nell’ottobre del 2023 dalla Corte di Assise di Appello di Napoli. Questo significa che il caso non è ancora chiuso: un nuovo collegio di giudici dovrà riesaminare i fatti avvenuti nella notte dell’antivigilia di Natale del 2016 a Pomigliano d’Arco, quando un colpo di pistola esploso da La Gatta uccise Giuseppe Di Marzo.
Tutto ebbe inizio il 23 dicembre di dieci anni fa, all’interno del resort “Pietrabianca”. Secondo la ricostruzione dei fatti, la vittima si sarebbe resa protagonista di una violenta aggressione ai danni di Giuseppe Sassone, titolare della struttura e caro amico dell’imprenditore. In quel contesto di estrema tensione e concitazione, La Gatta intervenne facendo fuoco.
Sin dalle prime fasi delle indagini, il fulcro del dibattimento è stato il confine sottile tra la volontà di uccidere e il tentativo disperato di difendere una terza persona in pericolo. Se in primo grado la condanna era stata fissata a 10 anni, il secondo grado l’aveva inasprita a 14, delineando un quadro di colpevolezza che sembrava ormai tracciato.
Tuttavia, gli avvocati difensori Dario Vannetiello e Saverio Campana sono riusciti a scardinare l’impianto accusatorio davanti ai giudici di legittimità, puntando i riflettori su quelle che hanno definito lacune motivazionali dei giudici partenopei.
La tesi difensiva ha convinto la Cassazione sulla necessità di approfondire due aspetti cruciali: la percezione di pericolo che ha spinto l’imprenditore a reagire e, soprattutto, l’assoluta mancanza di una reale volontà omicida. La difesa ha sempre sostenuto che l’industriale, la cui azienda è un’eccellenza nella produzione di componenti aerospaziali, fosse convinto di agire per salvare la vita dell’amico, vittima di un assalto brutale.
Ora si apre un nuovo capitolo. Il rinvio a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli impone un riesame critico di quella notte tragica. Non si tratterà solo di pesare i fatti, ma di interpretare correttamente lo stato d’animo di un uomo che sostiene di essersi ritrovato, suo malgrado, in un dramma che ha segnato la sua vita e quella della vittima.
Per La Gatta, questa decisione rappresenta l’ultima possibilità di veder riconosciuta la tesi della legittima difesa o, quantomeno, di una diversa qualificazione giuridica di un gesto che, secondo i suoi legali, non voleva essere un assassinio ma un atto di protezione.

