Cassazione conferma le condanne per le minacce a Saviano e Capacchione
LA SENTENZA
20 marzo 2026
LA SENTENZA

Cassazione conferma le condanne per le minacce a Saviano e Capacchione

Dopo diciotto anni dai fatti, la Suprema Corte mette il sigillo definitivo sulle responsabilità del boss Francesco Bidognetti e dell'avvocato Santonastaso
Pasquale Santo

La giustizia italiana ha apposto l’ultimo, definitivo sigillo su una delle pagine più buie e inquietanti del rapporto tra criminalità organizzata e informazione. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dalle difese, rendendo irrevocabili le condanne per le minacce rivolte allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione. Francesco Bidognetti, storico capoclan dei Casalesi noto come “Cicciotto ‘e Mezzanotte”, è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione; l’avvocato Michele Santonastaso ha ricevuto una pena di un anno e due mesi.

Per comprendere la portata di questa sentenza, occorre tornare al 13 marzo 2008. L’aula del processo d’appello “Spartacus”, a Napoli, non era solo una sede giudiziaria, ma un terreno di scontro simbolico. Mentre lo Stato cercava di smantellare l’impero economico e militare dei Casalesi, l’avvocato Santonastaso lesse in aula una nota firmata dai boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (all’epoca latitante).

 

In quel documento, mascherato da istanza di legittimo sospetto e richiesta di rimessione del processo, venivano citati esplicitamente Roberto Saviano, Rosaria Capacchione e i magistrati Raffaele Cantone e Federico Cafiero de Raho. Saviano, reduce dall’enorme successo di Gomorra, e Capacchione, storica firma de Il Mattino da anni impegnata nel denunciare i traffici del clan, venivano accusati di influenzare i giudici con i loro scritti.

 

La minaccia come strategia di “killeraggio” mediatico
Quello che apparentemente sembrava un atto procedurale si rivelò, secondo i giudici, una vera e propria intimidazione mafiosa. Citare i nomi di due giornalisti in un’aula bunker, per bocca di un legale che rappresentava i vertici della cupola casalese, non era un esercizio del diritto di difesa, ma un segnale preciso: la camorra stava osservando chi osava raccontare i suoi segreti.
Per Roberto Saviano, quel giorno segnò un punto di non ritorno nella sua vita privata, blindata da una scorta che lo accompagna tuttora.

 

Per Rosaria Capacchione, fu la conferma di essere diventata un bersaglio prioritario per chi gestiva il malaffare tra Casal di Principe e il litorale domizio.
L’iter giudiziario e il valore della sentenza
La decisione della Cassazione giunge al termine di un percorso processuale lungo e tortuoso, segnato da rinvii e dibattiti sulla natura delle parole pronunciate in aula. Sebbene le pene possano apparire lievi rispetto alla gravità del contesto, il valore simbolico e giuridico della sentenza è immenso.

Viene sancito il principio per cui l’aula di giustizia non può essere utilizzata come megafono per messaggi intimidatori e che la critica giornalistica non può essere messa all’indice dai clan come “strumento di pressione” sui magistrati.
La conferma delle condanne riconosce che Saviano e Capacchione furono vittime di un tentativo di isolamento e di delegittimazione tipico del metodo mafioso.

 

In un Paese dove le minacce ai cronisti restano una piaga aperta, questa sentenza rappresenta una vittoria per la libertà di espressione e un monito: la penna, quando scrive la verità, fa più paura delle armi, e lo Stato è in grado di proteggere quel diritto, anche a distanza di quasi vent’anni.