Pompei, i “proiettili” di Silla: sulle mura i segni di una mitragliatrice dell’antichità
CRONACA
20 marzo 2026

Pompei, i “proiettili” di Silla: sulle mura i segni di una mitragliatrice dell’antichità

Una ricerca italiana svela l'uso del Polybolos durante l'assedio dell'89 a.C. Grazie ai rilievi in 3D, le ferite sulle fortificazioni settentrionali confermano l'impiego di artiglieria a ripetizione capace di scagliare dardi in rapida successione
Giovanna Salvati

Le mura di Pompei non raccontano solo la tragedia dell’eruzione del 79 d.C., ma custodiscono anche le cicatrici di un passato bellico ancora più remoto e tecnologicamente sorprendente. Una recente ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Heritage, ha gettato nuova luce sull’assedio della città condotto dal generale Lucio Cornelio Silla nell’89 a.C., rivelando che i romani utilizzarono sul campo un’arma definibile come l’antenata della moderna mitragliatrice: il Polybolos.

 

Lo studio, frutto della collaborazione tra Adriana Rossi e Silvia Bertacchi dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e Veronica Casadei dell’Università di Bologna, ha analizzato con tecnologie digitali d’avanguardia i danni presenti sulle mura settentrionali della città. Se per decenni l’attenzione degli archeologi si era concentrata sui grandi crateri circolari lasciati dalle pesanti palle di pietra delle catapulte, questo team di ricercatrici ha spostato lo sguardo su fori più piccoli, a sezione quadrata e disposti con una particolare geometria a ventaglio.

 

La tecnologia del Polybolos
Questi segni, spesso liquidati in passato come semplice usura del tempo o danni generici da combattimento, sono stati identificati come gli impatti di dardi scagliati da una catapulta a ripetizione. Il Polybolos, descritto nei trattati tecnici già nel III secolo a.C., rappresentava l’apice dell’ingegneria bellica ellenistica poi adottata dai romani. A differenza delle catapulte tradizionali, che richiedevano lunghe operazioni di ricarica tra un colpo e l’altro, questa macchina era dotata di un meccanismo a catena che permetteva di incamerare e scagliare proiettili in successione, garantendo una velocità di fuoco impressionante per l’epoca.

 

Dal modello 3D alla prova archeologica
Per confermare l’ipotesi, il team ha utilizzato modelli in 3D ottenuti da dati digitali ad alta risoluzione, analizzando profondità, larghezza e angolazione degli impatti. Questi dati sono stati poi incrociati con le descrizioni meccaniche dei manuali antichi, ricostruendo a ritroso il movimento cinetico dell’arma. La cenere vulcanica dell’eruzione successiva ha giocato un ruolo paradossalmente provvidenziale, sigillando e preservando perfettamente la forma degli impatti sulle mura, quasi fossero istantanee di una battaglia congelata nel tempo.

 

Un’ulteriore conferma è giunta dal confronto con i reperti bellici conservati nelle collezioni museali. I dardi con punta di ferro, come quelli associati alla celebre catapulta “Scorpion”, sono risultati perfettamente compatibili per dimensioni e forma con i modelli digitali creati a partire dai danni murari pompeiani. La scoperta non solo riscrive parte della storia dell’assedio sillano, ma dimostra quanto sofisticata fosse l’artiglieria romana, capace di utilizzare armi ad alta velocità per saturare le difese nemiche con una precisione chirurgica.