Giudici e Pubblici ministeri, carriere divise o unite?  Le ragioni del Sì e del No
VOTO AL POPOLO
21 marzo 2026
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Giudici e Pubblici ministeri, carriere divise o unite? Le ragioni del Sì e del No

Si vota domenica e lunedì. Non serve raggiungere il quorum.
metropolisweb

Il prossimo appuntamento referendario riporta l’Italia davanti a uno dei dilemmi più profondi della sua storia repubblicana. Non si tratta di una revisione tecnica, ma di un quesito che tocca le fondamenta dello Stato di diritto: la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti (PM) e giudicanti.
In un Paese segnato da decenni di scontri tra politica e toghe, il voto punta a definire l’identità del magistrato: un funzionario inserito in un corpo unico o un professionista con un ruolo nettamente distinto dal suo interlocutore?

Le radici di un sistema unitario
I padri costituenti scelsero l’unicità della magistratura come baluardo contro le derive autoritarie. L’idea era che ogni magistrato, chi indaga e chi giudica, dovesse appartenere a un unico ordine indipendente dal potere esecutivo. Questa “cultura della giurisdizione” ha permesso finora passaggi tra i ruoli, portando esperienze trasversali. Tuttavia, ciò che per anni è stato una garanzia, oggi è al centro di una critica che invoca una distinzione netta, figlia di una mutata sensibilità verso il “giusto processo”.

Il fronte del Sì
Il cuore del “Sì” risiede nel principio della terzietà del giudice. Come può un giudice essere davvero imparziale se condivide con l’accusatore lo stesso percorso, lo stesso organo di autogoverno (il CSM) e le stesse appartenenze associative?
Per i sostenitori della riforma, questa vicinanza crea un’asimmetria che penalizza la difesa: l’avvocato si sente un “estraneo” in un dialogo tra colleghi. Separare le carriere renderebbe il giudice un arbitro equidistante, privo di legami burocratici con l’accusa.
I fautori del Sì guardano ai modelli anglosassoni, dove il processo è una sfida tra pari davanti a un giudice terzo. La separazione favorirebbe inoltre la specializzazione: il PM diventerebbe un esperto di tecniche investigative, mentre il giudice affinerebbe la capacità di garanzia. Ciò porterebbe, secondo questa tesi, a una giustizia più rapida e a decisioni meno influenzate dal “teorema accusatorio”, riducendo il rischio di deferenza del giudice verso il lavoro del collega inquirente.

Il fronte del No
Le ragioni del “No” richiamano invece i rischi di una trasformazione del ruolo del PM. La preoccupazione è che, isolato dalla cultura del giudizio, il Pubblico Ministero diventi un “super-poliziotto” orientato solo alla repressione. Oggi, appartenendo allo stesso ordine del giudice, chi indaga deve cercare anche gli elementi a favore dell’imputato.
Senza questa connessione, il PM rischierebbe di perdere sensibilità verso le garanzie costituzionali. Ma il timore più profondo riguarda l’autonomia. Creare due carriere significa creare due distinti CSM. Un organo dedicato solo ai PM diventerebbe un bersaglio più facile per la politica. Molti giuristi temono che un PM separato finisca sotto l’influenza del Ministero della Giustizia, perdendo l’indipendenza che oggi gli permette di indagare su chiunque senza timore di ritorsioni. Difendere l’unicità significa, per questo fronte, garantire un’accusa che risponde solo alla Costituzione.

Il valore della “contaminazione”
Chi si oppone alla riforma sottolinea quanto sia prezioso che un giudice abbia fatto esperienza come PM, e viceversa. Un giudice che ha vissuto le indagini sul campo valuterà con più consapevolezza la solidità di una prova; un PM con esperienza da giudice sarà più rispettoso delle garanzie dell’indagato. Questa circolarità impedisce la creazione di caste chiuse. Per il “No”, la separazione congelerebbe i magistrati in ruoli rigidi, privandoli di una visione d’insieme essenziale per amministrare la libertà umana.

La percezione del cittadino
Il referendum interroga la percezione sociale della giustizia. L’opinione pubblica percepisce un’accusa onnipotente che condiziona il processo prima dell’aula. Il “Sì” promette di restituire fiducia garantendo che il giudice non sia “il compagno di stanza” di chi interroga. Di contro, il “No” obbietta che la fiducia si costruisce con l’efficienza, non con l’ingegneria istituzionale: cambiare etichette non serve se non si interviene su carenze di personale e lungaggini, vere negazioni del diritto.