LONGFORM | Il verdetto del popolo, i referendum che hanno disegnato l’Italia
VOCE AL POPOLO
21 marzo 2026
VOCE AL POPOLO

LONGFORM | Il verdetto del popolo, i referendum che hanno disegnato l’Italia

Dal 1946 ad oggi: la nascita della Repubblica, il divorzio, l'aborto e la ribellione alla classe politica degli anni Novanta
Raffaele Schettino

Il referendum in Italia è stato spesso n corpo a corpo tra il Paese reale e il Palazzo. Del resto, è stato inteso molte volte come un’arma di distruzione legale progettata per abbattere leggi che la politica non ha il coraggio di toccare. Se le elezioni politiche sono una delega in bianco, il referendum è una revoca. È l’unico momento in cui il cittadino non è solo “spettatore” passivo della dialettica tra partiti ma diventa protagonista, un legislatore solitario, armato di una scelta binaria che senza sfumature: dentro o fuori.

L’Articolo 75 della Costituzione nacque con una funzione precisa: essere una valvola di sicurezza. I Padri Costituenti, reduci dal monolitismo fascista, temevano l’onnipotenza del Parlamento tanto quanto l’irrazionalità delle masse. Per questo scelsero la forma abrogativa. In Italia, il popolo non “crea” quasi mai; il popolo “cancella”. È un potere negativo nel senso chirurgico del termine: serve a recidere rami secchi, norme anacronistiche o regimi che hanno perso il contatto con la terra.

Questa natura “distruttiva” è ciò che ha reso il referendum il vero motore del cambiamento civile. La politica, per sua natura, cerca il compromesso, la mediazione che accontenta tutti e non risolve nulla. Il referendum, invece, è polarizzazione pura. Obbliga una nazione a guardarsi allo specchio e a rispondere a una domanda secca. Senza il referendum, l’Italia sarebbe rimasta per decenni intrappolata in un limbo legislativo su temi come il divorzio, l’aborto o il finanziamento pubblico ai partiti. È il grimaldello che scardina le porte dei ministeri quando la serratura è arrugginita.

 

 

La Repubblica

Il 2 giugno 1946, per la prima volta, un’Italia ridotta a un cumulo di macerie fumanti e ferite civili, veniva chiamata a recidere il cordone ombelicale con il proprio passato. Il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica è l’atto fondativo dello Stato moderno, ed è anche il momento in cui il concetto di “popolo” assume un significato reale e concreto.
L’Italia arrivava all’appuntamento con le ossa rotte. Da una parte la Corona dei Savoia, macchiata dalla complicità con il ventennio fascista, dalla firma sulle leggi razziali e dalla fuga ignominiosa di Brindisi dopo l’8 settembre. Dall’altra, l’ignoto: una Repubblica che per molti era l’instabilità cronica di un Paese che non aveva mai camminato da solo senza un sovrano a far da garante (o da paravento).

Il decreto luogotenenziale n. 151 del 1944 aveva stabilito che sarebbe stata un’Assemblea Costituente a decidere la forma dello Stato. Ma la spinta dal basso era troppo forte. Si scelse la via del referendum: una chiamata alle armi pacifica per decidere se restare sudditi o diventare cittadini.
Se il quesito era epocale, la platea lo era ancora di più. Per la prima volta a livello nazionale, le donne italiane entrarono nelle cabine elettorali. Fu uno shock culturale. Milioni di donne si misero in fila con la tessera elettorale stretta tra le mani. Le cronache dell’epoca raccontano di un’eleganza sobria e di un silenzio quasi religioso.

I risultati, arrivati tra il 10 e il 18 giugno, restituirono l’immagine di un’Italia fratturata. La Repubblica vinse con circa 12,7 milioni di voti contro i 10,7 milioni della Monarchia. Due milioni di scarto: un margine netto ma non schiacciante, che fotografava una nazione divisa geograficamente.
Il Sud, legato a una tradizione conservatrice e meno toccato dalla guerra civile post-8 settembre, scelse quasi ovunque la Monarchia. A Napoli, la fedeltà ai Savoia sfociò in scontri di piazza sanguinosi. Solo tre città votarono Repubblica, una di quste fu Torre Annunziata.
Umberto II, il “Re di Maggio”, lasciò l’Italia per l’esilio in Portogallo. Il referendum del ‘46 è il punto di non ritorno: il potere non discende più per diritto di sangue, ma sale dal basso, dal segno scuro di una matita copiativa. È l’inizio di un cammino faticoso verso la democrazia reale.

 

 

Il divorzio

Il 12 maggio 1974 è il Big Bang della società civile. Per la prima volta, l’Italia si divide su come debbano vivere i cittadini dentro le mura di casa. Il referendum sul divorzio è lo spartiacque tra un’Italia ottocentesca, clericale e patriarcale, e una nazione che spinge per entrare finalmente nella modernità europea.

Tutto nasce da un paradosso. La legge sul divorzio era stata approvata nel 1970 dopo battaglie parlamentari estenuanti. Ma il mondo cattolico, sostenuto con forza dalla Dc di Amintore Fanfani e dalle gerarchie ecclesiastiche, non accetta la sconfitta. Chiedono il referendum per cancellare quella che definiscono una “ferita al sacramento” e alla stabilità della famiglia. È uno scontro asimmetrico. Da una parte c’è la Balena Bianca, che controlla i gangli del potere e della televisione di Stato, convinta di interpretare il sentimento profondo di un’Italia contadina e devota. Dall’altra, un fronte laico e radicale, inizialmente frammentato, guidato dalla caparbietà di Marco Pannella e Loris Fortuna, che trasforma la campagna elettorale in una battaglia di libertà individuale.

La campagna elettorale del ‘74 è brutale, viscerale, onnipresente. I toni sono apocalittici: i manifesti del “Sì” (all’abrogazione) paventano la distruzione dei focolari e l’abbandono dei figli; i manifesti del “No” invocano la dignità della scelta e la fine di un’ipocrisia di Stato che costringeva migliaia di coppie separate a vivere nell’ombra o nel peccato civile.
Amintore Fanfani commette però un errore tattico fatale: trasforma il referendum in un plebiscito sulla sua leadership e sulla tenuta morale del cattolicesimo politico. Non si accorge che l’Italia è cambiata sotto i suoi piedi. Il miracolo economico, l’urbanizzazione, il Sessantotto e la scolarizzazione di massa hanno creato un cittadino nuovo, che magari va ancora a messa la domenica, ma che rivendica il diritto di decidere del proprio destino sentimentale senza il permesso del parroco o del prefetto.

 

Quando le urne si chiudono, lo shock è tellurico. L’affluenza è altissima (87,7%), segno di una partecipazione fisica ed emotiva senza precedenti. Il risultato è una disfatta per il fronte abrogazionista: il 59,3% degli italiani vota “No”. Il divorzio resta.
Crolla il mito dell’Italia come blocco monolitico cattolico. Il voto attraversa trasversalmente le classi sociali e, sorprendentemente, vede protagoniste le donne, che nelle cabine elettorali smentiscono i timori di chi le credeva pedine del clero. Il Sud, pur con resistenze, non si consegna in blocco alla reazione.
Il 1974 segna l’inizio della “stagione dei diritti”. Senza quella vittoria, non avremmo avuto la riforma del diritto di famiglia del 1975 (che sancì la parità tra coniugi) né, pochi anni dopo, la legge sull’aborto.

 

 

L’aborto

Il 17 maggio 1981 l’Italia torna davanti allo specchio, ma stavolta l’immagine riflessa è più cruda, carica di una tensione che travalica la politica. Il referendum sull’aborto (la conferma della Legge 194 del 1978) è uno scontro antropologico lacerante. Si discute del confine tra la vita, la libertà di scelta e la tutela della salute pubblica.
L’appuntamento referendario del 1981 cade in uno dei momenti più bui e convulsi della storia repubblicana. Pochi giorni prima del voto, il 13 maggio, la notizia dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro gela il sangue del Paese. Il mondo cattolico è scosso, ferito, mobilitato emotivamente. In questo clima di emergenza nazionale, la sfida sulla Legge 194 rischia di trasformarsi in una resa dei conti ideologica senza precedenti.

L’Italia vive ancora l’onda lunga del femminismo degli anni Settanta. Per le donne, l’aborto legale è la fine dell’orrore delle “mammane”, dei cucchiai d’oro e delle morti per setticemia nei retrobottega. È la rivendicazione di una soggettività politica: “Il corpo è mio e lo gestisco io”.
Da una parte, il Movimento per la Vita propone un quesito per abrogare quasi totalmente la legge, riportando l’aborto nell’alveo dell’illegalità penale. Dall’altra, il Partito Radicale propone un quesito opposto: liberalizzare ulteriormente l’interruzione di gravidanza, eliminando ogni paletto burocratico e medico previsto dalla 194.

In mezzo, c’è la legge dello Stato. Una legge di compromesso, nata per governare un fenomeno tragico togliendolo dalle mani della criminalità e affidandolo alle strutture pubbliche. La Dc si trova in una posizione difensiva difficile, mentre i partiti laici si schierano per il “No” all’abrogazione, ovvero per il mantenimento della legge esistente.

Nonostante il ferimento del Papa e la massiccia propaganda del clero, il risultato delle urne è ancora più netto di quello del 1974. Il 68% degli italiani vota per mantenere la Legge 194. Il tentativo di cancellarla viene respinto con una forza che travolge anche le previsioni più ottimistiche dei laici. Il voto del 1981 dimostra che gli italiani hanno sviluppato una coscienza laica profonda, capace di distinguere tra il peccato (sfera privata e religiosa) e il reato (sfera pubblica e civile). È la conferma che il Paese non è più disposto a tornare indietro, a un’Italia dove la moralità è imposta per codice penale.
Il referendum sull’aborto chiude idealmente il ciclo dei grandi diritti civili del Novecento italiano.

 

 

I Referendum agli inizi degli anni Novanta

L’inizio degli anni Novanta segna il tempo della rivolta contro il Palazzo. Tra il 1991 e il 1993, l’Italia non usa il referendum per cambiare i costumi, ma per abbattere un intero sistema politico che languiva da quarant’anni sotto il peso della stasi e della corruzione. È la stagione di Mario Segni, della “preferenza unica” e della spallata definitiva alla Prima Repubblica.
Tutto inizia il 9 giugno 1991 con un quesito apparentemente tecnico: il passaggio dalle 4 preferenze alla preferenza unica sulla scheda elettorale per la Camera. Sembra un dettaglio per esperti di sistemi elettorali, ma in quel momento storico è un detonatore. Il sistema delle preferenze multiple era diventato il brodo di coltura del voto di scambio e delle cordate di potere all’interno dei grandi partiti.

Il “Palazzo” sottovaluta la rabbia del Paese. Bettino Craxi, allora segretario del Psi, invita gli italiani ad “andare al mare” invece di votare, scommettendo sul fallimento del quorum. È un errore fatale. Gli italiani non vanno al mare: il 62,5% si reca alle urne e il 95% vota “Sì”. È un ceffone alla classe dirigente, il primo segnale che il patto tra cittadini e partiti tradizionali si è rotto per sempre.
Due anni dopo, il clima è radicalmente cambiato: Mani Pulite ha scoperchiato il sistema di Tangentopoli, la mafia ha colpito al cuore lo Stato con le stragi di Capaci e Via d’Amelio. In questo scenario di macerie morali, il 18 aprile 1993 si votano otto referendum.

Il più importante riguarda il sistema elettorale del Senato. L’obiettivo è trasformare il sistema da proporzionale a maggioritario. Gli italiani, stanchi dell’instabilità dei governi vedono nel maggioritario la bacchetta magica per avere governi chiari, alternanza e responsabilità diretta degli eletti. Il “Sì” stravince con l’82%. Insieme al sistema elettorale, i cittadini votano per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (90% di Sì). È lo smantellamento dello “Stato-Partito”. L’effetto è immediato: il Parlamento, delegittimato dal voto popolare, è costretto a varare una nuova legge elettorale (il Mattarellum) e a sciogliersi. Le elezioni del 1994, le prime della cosiddetta Seconda Repubblica, vedranno la scomparsa dei partiti che avevano governato l’Italia dal 1946 e l’ascesa di nuovi protagonisti.

 

 

Riforme Costituzionali

Il 4 dicembre 2016 l’Italia vive l’ultimo grande trauma referendario. Si vota per confermare o respingere una mastodontica riforma della Costituzione che punta a cambiare il volto dello Stato: il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei senatori e la ricentralizzazione di molte competenze regionali. È la sfida lanciata da Matteo Renzi, allora Premier, al sistema e alle sue paludi. Renzi, nel pieno della sua parabola politica, lega l’esito del voto alla sua permanenza al governo. In quel momento, il quesito tecnico sulla composizione del Senato o sul Titolo V scompare dall’orizzonte degli elettori. Il voto si trasforma in un giudizio universale sull’uomo solo al comando.

 

Il referendum diventa una clava politica. Le opposizioni, pur eterogenee, trovano un terreno comune inaspettato: il “Fronte del No” si unisce non tanto nel merito della riforma, quanto dalla volontà di abbattere il governo.Il Paese percepisce il referendum come l’ultima occasione per punire l’establishment. La partecipazione è altissima: quasi il 70% degli italiani vota. Il 59,1% boccia la riforma. La disfatta costringe Renzi alle dimissioni.

 

 

Gli altri referendum

L’addio al nucleare: Sull’onda del disastro di Chernobyl, gli italiani votano per fermare l’energia atomica. Il quesito colpisce le procedure di localizzazione delle centrali, ma il significato politico è un “No” al nucleare (1987). L’Italia chiude le sue centrali, segnando una svolta ambientalista che condizionerà le strategie energetiche nazionali

 

Responsabilità civile dei giudici: Il caso Tortora scuote le coscienze. Nel 1987, l’80% vota per rendere i magistrati civilmente responsabili degli errori giudiziari. È un segnale contro l’intoccabilità delle toghe, anche se la successiva legge “Vassalli” ne medierà gli effetti, limitando la rivalsa diretta contro il singolo giudice.

 

Il maggioritario: È il referendum del “mezzo punto” (1999). L’obiettivo è eliminare la quota proporzionale per approdare a un maggioritario puro. Il Paese sembra pronto, ma l’affluenza si ferma al 49,6%. Per soli 150mila voti non viene raggiunto il quorum. È l’inizio di una stagione di apatia elettorale e fallimenti del quorum.

 

Fecondazione assistita: Nel 2005 si vota per cambiare la restrittiva “Legge 40” sulla procreazione medicalmente assistita. La campagna è segnata dal forte invito all’astensione. Il quorum crolla (25,6%), lasciando la legge intatta. Sarà la Corte Costituzionale, a smantellarne i divieti più rigidi.

 

Acqua pubblica: Dopo 16 anni di fallimenti, milioni di italiani tornano alle urne superando il quorum (2011). Si vota contro la privatizzazione dell’acqua e, di nuovo, contro il ritorno al nucleare dopo l’incidente di Fukushima. È un successo clamoroso della mobilitazione dal basso e dei social media, che sancisce l’acqua come bene comune inalienabile.

 

 

Le curiosità

Dal 1970 a oggi, gli italiani sono stati chiamati alle urne per esprimersi su ben 72 quesiti abrogativi. Se aggiungiamo il referendum istituzionale del 1946, quello di indirizzo del 1989 e i 4 costituzionali, il totale sale a 78.

Su 72 referendum abrogativi, la vittoria del “Sì” (che cancella la legge) o del “No” (che la mantiene) con raggiungimento del quorum è avvenuta 39 volte. Questo significa che in più della metà dei casi in cui il voto è stato valido, il corpo elettorale ha inciso sulla legislazione.

Il nemico della democrazia diretta in Italia è stato l’astensionismo. In ben 24 occasioni il referendum è stato dichiarato nullo perché non è stata raggiunta la soglia del 50% + 1 dei voti.

Il referendum sul divorzio detiene il primato della partecipazione: votò l’87,7% degli italiani. Un dato impressionante confrontato con le ultime tornate.

Tags:

referendum